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GRAZIA DELEDDA moriva settant'anni fa.

Durante quasi tutta la sua esistenza la scrittrice nuorese ha camminato con lo sguardo di una madre attenta e premurosa, seguendo sentieri tortuosi e aspri, segnati da storie individuali e collettive, condividendone speranze e sentimenti.

Tutti i grandi critici del novecento, più o meno approfonditamente, hanno scritto di Grazia Deledda e delle sue innumerevoli opere. Registi, attrici e attori ci hanno poi proposto il suo universo letterario sulle scene del teatro, della televisione e della cinema. E tuttavia, in forza di un rapporto naturale e straordinario a un tempo, che noi sardi abbiamo sempre avuto con lei, ci rimangono ancora inesplorate non poche suggestioni, sempre nuove, che la scrittrice continua a suscitare in chi la legge o la ritrova nella propria memoria.
Sono suggestioni che ci riportano fatalmente alla Grazia Deledda dell'adolescenza, al suo primo orizzonte, quando nella scrittura iniziava a scoprire una strada sempre più feconda, densa di speciali soddisfazioni, consapevole ormai che i giorni trascorsi davanti alla pagina, prima deserta e poi gremita delle sue parole, dischiudevano la sua giovane esistenza a nuovi mondi, vicini e remoti. In questo confortata dal fatto che i personaggi delle sue storie, quelli importanti e anche quelli con il ruolo di semplici comparse, costituivano la sua costante compagnia, la più gradita, la più preziosa.
Con il trascorrere degli anni, questi singolari personaggi, questi interpreti di una Sardegna allora sconosciuta al grande pubblico, l'hanno resa testimone di una storia forte e sofferente insieme, con un statuto proprio e ineluttabile, permeato di leggi specifiche e di un profondo senso religioso. Quella storia, insieme alla sua, oggi la ritroviamo -a settant'anni dalla sua morte- grazie alle sue opere, alla sua capacità d'illuminare ogni angolo, ogni sentimento, grazie soprattutto al suo amore per una terra che ha voluto -a Roma come a Nuoro- non solo comprendere e rispettare, ma anche salvare dall'oblio proprio laddove i silenzi erano costantemente inascoltati, quasi senza speranza, da secoli privi di qualunque voce.
La scrittrice è stata sempre permeata dello spirito della sua gente, anche dello spirito di quanti avevano già lasciato questo mondo. Partecipando così alle aspettative dei sardi, al loro risveglio culturale e, in definitiva, a un diffuso rinnovamento. Ecco perchè le ragioni dei suoi libri ci risultano ancora oggi attuali e particolarmente care, preoccupate come sono, a mio avviso, di custodire una viva e vitale conoscenza della Sardegna e di custodirla anche più gelosamente del Premio Nobel, pur meritato e prestigioso per l'Italia intera.
Anche attraverso pensieri improvvisati, come questi, emerge con tutta evidenza la grandezza e il valore del patrimonio che la Deledda ci ha lasciato. E noi, suoi eredi privilegiati, non possiamo non essergliene responsabilmente grati, nel cuore, nella mente, nei gesti quotidiani, e mentre la ricordiamo -non senza emozione- in tutta la sua umanità, come donna e come scrittrice, una umanità della quale ci sentiamo felicemente parte, inseparabile.

Antonio Strinna
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