"Nella grande libertà del cantiere/ io mi aggiravo come un prigioniero dentro/ una gabbia di ferro, gettando a mare/ tutte le scorie del mondo, che da ogni/ parte mi piovevano addosso".
10 gennaio 2007. Recensione di Giovanni Nuscis.
Alla domanda frequentissima di quale sia la poesia destinata a rimanere, di solito consegue un’altrettanto ricorrente risposta: quella che ci richiama infinite volte a lei, per dilettarci e per apprendere, ancora, per misurarci e riverificare radici e appartenenze. La poesia che resta, per dirla in breve, è quella che ci nutre, per una qualche ragione. Una qualità, questa, che non sempre è dato cogliere nell’immediato. Molta buona poesia - che si fa subito apprezzare per una qualche dote e alla quale, magari, dedichiamo attenzione - spesse volte non la rileggiamo. Addirittura, la dimentichiamo. Forse, perché non ci siamo presi il tempo necessario di lettura; non abbiamo atteso quel riscontro interiore di cui parlava Eliot; se è vero, infatti, che nei massimi poeti c’è qualcosa di più che non semplici “idee” da accettare o respingere, (ma) c’è una forma che genera il capolavoro, è anche vero che il lettore, oltre al diletto e alla gratificazione estetica, cerca non di rado anche esemplarità, saggezza, la quale si trasmette ad un livello più profondo che non quello delle proposizioni logiche; e allora qualunque linguaggio è inadeguato, ma probabilmente il linguaggio della poesia è il più atto a comunicare la saggezza. Anche il Parini, in altra forma, a sua volta traendo da Orazio: Va per negletta via/ognor l’util cercando/la calda fantasia,/che sol felice è quando/l’utile unir può al vanto/di lusinghevol canto.
Ho voluto fare questa premessa per parlare di Angelo Mundula e della sua nuova raccolta poetica, Il Cantiere e altri luoghi, nella convinzione che la sua poesia rientri proprio tra quella destinata ad essere letta e riletta, a divenire cara al lettore; tanto più se si conosce la persona, il riserbo, la coerenza che da sempre lo contraddistinguono (egli non fa presentazioni dei propri libri, non partecipa ai premi letterari né ad iniziative pubbliche, neppure a quelle a lui dedicate), e del silenzio mediatico quasi totale proprio nel luogo dove egli vive; tanto più sorprendente e imbarazzante in quanto il suo lavoro, da tempo, trova consensi significativi in Italia e all’estero. Poeta dell’esilio è stato per ciò definito in un saggio di Giuseppe De Marco (L'esperienza di Dante "exul immeritus" quale autobiografia universale).
Il libro, il suo undicesimo di poesia, inaugura la nuova collana La Ginestra di Carlo Delfino Editore diretta dallo stesso Mundula e da Nicola Tanda. Le novantaquattro poesie in esso contenute sono state scritte tra il 2000 e il 2005. Il Cantiere a cui si riferisce il titolo è luogo reale (“…era proprio un cantiere in disarmo, con un grande capannone, un prato verde e due case in una delle quali, per concessione del Genio Civile a mio padre, abitava la mia famiglia. Tutt’intorno molti vecchi ferri e il mare”) e metaforico: Nella grande libertà del Cantiere/io mi aggiravo come un prigioniero dentro/una gabbia di ferro, gettando a mare/tutte le scorie del mondo, che da ogni/parte mi piovevano addosso (“Nel Cantiere”). Ma il termine “Cantiere” viene reiterato anche nel titolo di altri tre testi (Nostalgia del Cantiere, Il Cantiere navale, Cantieri), nonché nei versi di altre poesie. Il leitmotiv riteniamo che intenda alludere anche a dell’altro. Riferendoci alla poesia che chiude la raccolta (Il ritorno), leggiamo: Ogni tanto ritorno al mio Cantiere/a risentire le voci di un tempo/ a ritrovare ciò che si è perso. Il Cantiere, dunque, si fa anche simbolo del passato, di quella parte di noi che non è più e che il tempo monda ed èleva, interiormente, rendendocelo sacro. Ma il Cantiere a cui allude Mundula, forse, è pure un altro: il ben più alto Cantiere da cui tutto ha origine e a cui s’innalza – o s’introflette - lo sguardo: e allora me ne sto tra me e me e/lungamente m’interrogo su quanto/mi è accaduto e qui scopro un cantiere/in fermento una ribollente officina/e vedo quanto ho costruito quest’anno/appena trascorso quali mura o torri/ho innalzato per giungere fino a Te. Un Cantiere umano e artistico dentro il più ampio Cantiere dell’incessante Creazione, al cui Artefice il poeta vuole avvicinarsi, coi buoni frutti del proprio, di Cantiere, a lui affidato dalla nascita.
I componimenti, all’interno della raccolta, si susseguono senza indicazioni cronologiche e senza accorpamenti in sezioni tematiche. Né vi è introduzione o altro scritto. Le ultime otto pagine raccolgono invece parte dei numerosi e qualificati giudizi espressi, nel corso degli anni, sul poeta e sul prosatore (tra i tanti, Mario Luzi, Carlo Betocchi, Giuliano Gramigna, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Franco Fresi, Stefano Jacomuzzi, Pietro Civitareale, Franco Loi, Ferruccio Ulivi).
Per entrare nella poesia di Angelo Mundula può essere utile richiamare quanto scrisse di lui, a suo tempo, Giorgio Bàrberi Squarotti (riportato in appendice al libro): “…un grande poeta metafisico, il maggiore che si abbia oggi, accanto a quel Luzi che, significativamente è protagonista e dedicatario di uno dei componimenti del libro. In uno stile elevato, un poco lento, appena a tratti percorso da un brivido di ironia o di disperazione, Mundula ricompone l’idea della poesia come discorso dell’essere e del vero, partendo dalla sua città, Sassari, quella dell’esilio “pel tenace cammino verso la luce della Gerusalemme celeste.”
Una chiave, dunque, quella escatologica, importante per entrare nella Weltanschauung dell’autore, la cui poetica, non a caso, sembra tradursi proprio in una scrittura protesa comunicativamente all’Altro, per condurlo a sé, non lasciarlo a distanza: Ogni uomo è uomo/solo nel suo incontro con l’altro/niente i più nutriente che discorrere/con uno sconosciuto. Mai/perdersi nell’Io come dentro/un imbuto. L’uomo che ci/vede chiede d’essere visto/e guardiamo soltanto gli/occhi che ci scrutano lo sguardo/che che ci attende….)(“La strada”).
Una “semplicità” vera, la sua, e, nel contempo, apparente (in quanto dissimula, spesso, in modo accorto, profondità e ricchezza di senso); in cui si rinuncia, teleologicamente, a percorsi di ricerca incentrati quasi esclusivamente sul linguaggio.
Potremmo quindi considerare questo libro come un’unica, articolata meditazione sull’Uomo, sul mistero della vita, sul destino ultimo delle cose (Ho voluto spiegarmi tutto/e non c’era niente da spiegare:/tutto il sale della vita è soltanto/l’inspiegabile. Così in alto/così in alto che la nostra mano/non potrà mai toccare il/nostro sguardo non potrà mai vedere/ciò che è troppo evidente./Il nostro vero approdo è il naufragio.)(“L’inspiegabile”). Molte poesie prendono spunto da luoghi visitati, da letture, da eventi reali, anche minimi: Quest’anno non ci sono zanzare né/vespe: pungevano, facevano male./Ma questa improvvisa sparizione/non ci (dis) turba meno (“Assenze”). Non manca la meta-poesia: Figuro nella tua bibliografia,/caro Luzi, anche per una mia poesia/scritta sulla tua poesia cercando/anch’io come su una stele di Rosetta/”frasi e incisi di un canto salutare.” (“Davanti alla stele di Rosetta”). Né, intuibilmente, manca la preghiera, trasfusa nel canto (O Signore, non circondare la mia vita/di troppi enigmi: la mente vi si perde/il cuore è in pena. Ciò che sembrava/chiaro è improvvisamente tenebra/ogni lieve foglia pesa come un ramo/inizia nuovamente la lotta con l’angelo/mentre attendo il bianco uccello dell’alba/o appena quella luce che si versa da/non so dove sulla mia povera vita./E talvolta ne raddoppia gli enigmi. (“Notte dell’anima”).
La poesia di Angelo Mundula non sembra nascere dal suono, dal ritmo o da alchimie linguistiche, ma dall’urgenza di esplicitare pensiero, fede, sentimenti, sguardo preciso sul mondo: ovviamente, senza nulla escludere. Ciò, spesso, per via metaforica, o con dolente ironia.
Pur nell’opinabilità degli accostamenti, andando oltre gli echi leopardiani (vedi “Rio Mannu”), si intravedono, in Mundula, consonanze tematiche con Giorgio Betocchi (in particolare, “Poesie del sabato”) e Mario Luzi, come accennato sopra. Lo stile colloquiale, le originali soluzioni richiamano talvolta, invece, la poesia di Valentino Zeichen: per la linearità della sintassi propria della lingua ordinaria; ma sulla quale Mundula innesta dell’altro, a cominciare dalla metafora a cui demanda opzioni di senso. Egli fa inoltre uso di cesure e sospensioni, nei versi e nelle parole, di anafore e dell’enjambement, con l’effetto di una raffinata musicalità quanto di una maggiore forza comunicativa. Ma ciò che è dato cogliere, nell’immediato, è l’utilizzo coraggioso di rime e di assonanze, soprattutto interne.
Altro aspetto da chiarire è l’uso che il poeta fa della prima persona (scelta che da Eliot fino a i nostri giorni genera spesso incomprensibili pregiudizi), che nel caso specifico non si deve certo a una tendenza solipsistica, bensì al convincimento della centralità dell’Uomo quale referente imprescindibile, fondante di qualunque relazione interpersonale e sociale: …Mai/perdersi nell’Io come dentro/un imbuto. L’uomo che ci/vede chiede d’essere visto/e guardiamo soltanto gli/occhi che ci scrutano lo sguardo/che ci attende….)(“La strada”).
Una personalità poetica dal forte segno, quella di Angelo Mundula, ancora da conoscere; lontana da mode e da tendenze; fuori dal tempo ma dentro un altro Tempo in cui crediamo, fortemente, segga già, a pieno titolo.
Giovanni Nuscis
Da "Il cantiere e altri luoghi".
Nel Cantiere
Nella grande libertà del Cantiere
io mi aggiravo come un prigioniero dentro
una gabbia di ferro, gettando a mare
tutte le scorie del mondo, che da ogni
parte mi piovevano addosso.
In quelle acque mi purificavo
di tutte le impurità innalzando una
preghiera di ringraziamento
al Dio che si nascondeva non so dove.
Quello era il mondo e non c’era nessun altro
“vietato l’ingresso a ogni estraneo
ai lavori” diceva lì presso un cartello
mentre il Cantiere mi forgiava
il mare mi avvolgeva come un mantello.
Li sono stato incudine e martello
isola e mare, una volta per sempre.
Riu Mannu *
Riu Mannu, piccolo fiume,
che ridicolo vederti giungere alla foce
con quel tuo nome solenne e
sotto l’arco di trionfo
dell’antico ponte romano.
Vano è ciò che gli uomini
decretano per noi. Lo scopro
nel tuo nome che si perde
tra poche erbe selvatiche
tra escrementi di vacche e
altre indecenze mentre costeggio
le tue sponde come fossero
le date di una storia che si ripete
che vanamente scorre dalla
fonte alla foce sempre meno
limpidamente fino a quest’acque perse
in cui io stesso mi perdo come
alla fine del tempo e della storia.
(NdR Dal sardo, “Fiume grande”. Nome attribuito nell’antichità e tramandatosi, in Sardegna, a numerosi corsi d’acqua.
Strade
Fra tanto clamore nessuna vera voce
fra tante strade nessuna via da percorrere
neppure quel “sentiero da capre” che Montale
vide aprirsi sulle nostre mappe neppure
quelle nostre rampe su cui ogni giorno
ci arrampichiamo per vedere le stelle
la luna o marte. Niente e nessuno in
questo innominabile buio. Se non fosse
per quel tenue barlume che traspare
da qualche parte e fa dire: “è giorno”
mentre intorno si addensano le ombre.
Del fare
Oh se potessi non scrivere
lasciando queste parole in cambio
di quel che dicono! Oh se potessi
finalmente trovare il mio vero
esistere votando la mia vita
alla vita dell’altro. Ma sono
un uomo impastoiato dalle parole
di questo antico suono che mi strugge.
Vado cercando vita ove la vita fugge.
Il ritorno
Ogni tanto ritorno al mio Cantiere
a risentire le voci di un tempo
a ritrovare ciò che si era perso.
Odo tutti e nessuno mi ode.
Mai così tanto m’entrano nel cuore
gli antichi suoni e le eterne cose del
mondo: piccoli rumori di un granchio
che scivola sullo scoglio, il sibilo
di un serpe, un brusio di vespe
improvvisamente ridestate dal torpore,
un passo d’uomo… forse mio padre
venuto a salutarmi chissà da che parte
e tutto quello splendore di mare e di cielo.
Nulla è mutato e tutto è diverso.
C’era tutto, c’è sempre, ma non c’è più,
non c’è più niente: e il cuore svuotato
come quella conchiglia che raccolgo
sulla spiaggia e subito getto tra le onde.
Chissà dov’è andato
dove si è insediato
il suo misterioso abitatore.
Angelo Mundula è nato e vive a Sassari. Ha pubblicato, in poesia Il colore della verità (Padova, 1969), Un volo di farfalla (Pisa, 1973), Dal tempo all’eterno (Firenze, 1979), Ma dicendo Fiorenza (Milano, 1982), Picasso fortemente mi ama (Firenze, 1987), Il vuoto e il desiderio (Catania, 1990), Per mare (Padova, 1993), con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna, La quarta triade (Milano, 2000), Americhe infinite (Milano, 2001), Vita del gatto Romeo detto anche Meo (Milano, 2005); a cui si aggiungono due libri di prosa: Tra letteratura e fede (Firenze, 1998) e L’altra Sardegna (Milano, 2003). Ha collaborato con i maggiori quotidiani italiani e con prestigiose riviste. Da vent’anni collabora intensamente con le pagine letterarie e culturali dell’”Osservatore Romano”.
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