Articolo pubblicato nel numero di aprile della Rivista Sonos e contos. (Antonio Strinna).
DEUS TI SALVET MARIA
"Mama, fiza e isposa de su Segnore". Un privilegio concesso, in nome dell'amore incondizionato, e nel disegno divino, a una sola persona: la Madonna. Una donna fedele alla volontà di Dio quanto ai bisogni degli uomini.
Deus ti salvet Maria. Una laude comunitaria e insieme personale, coerente con la fede e il sentimento popolare, dalla quale scaturisce un'espressione profondamente umana: che tutto unisce, tutto comprende, religiosamente. Per questo da oltre tre secoli resiste e si diffonde con il suo fascino mistico e interiore, prezioso patrimonio dell'anima e segno di speranza. Non un semplice e temporaneo fenomeno culturale, dunque, ma come gran parte dei sardi ha potuto sperimentare una realtà viva e vitale dentro la quotidianità e il vissuto degli uomini.
Chi ha scritto l'Ave Maria sarda?
Deus ti salvet Maria: sino a qualche tempo fa era considerato uno dei canti più misteriosi. Ora non più. Appena ci si mette sulle tracce della sua storia, almeno sugli aspetti essenziali, si ritrovano puntualmente dati significativi: le sue origini e insieme il percorso che ha condotto questo canto sino a noi. Già nel 1981, sul giornale diocesano Libertà, Giovanni Marras ne dava ampia notizia, in occasione del terzo centenario. E la notizia risultava sorprendente quanto ampiamente documentata. Eppure è passata quasi inosservata; chissà, forse anche volutamente trascurata.
Grazie a un articolo pubblicato nella rivista dei padri gesuiti, Civiltà cattolica, nell'agosto del 1943, a firma padre Mario Barbera, un grande spiraglio si apre su Deus ti salvet Maria. Senza alcun dubbio, la paternità del testo -in lingua italiana- viene riconosciuta, più che attribuita, al padre gesuita Innocenzo Innocenti, nato a Todi nel 1624 e morto nell'attuale provincia di Pavia nel 1697.
La sua attività apostolica fu contemporanea a quella di padre Paolo Segneri, una contemporaneità di nascita (1624), di missione e di collaborazione letteraria, che iniziò nel 1665. Quest'ultimo scrisse, infatti, una Laude spirituale sulle principali verità della Dottrina cristiana, e poco tempo dopo il padre Innocenti compilò un Catechismo, ad uso specificamente popolare, tenendo conto della diffusa ignoranza religiosa e insieme culturale. Ma la sovrapposizione fra i due testi diventa persino intreccio. Nel redigere il Catechismo, infatti, il padre Innocenti si ispira -lo dichiara lui stesso- alla Laude del padre Segneri. Non solo fa uso della stessa metrica, strofe di tre settenari e un quinario, ma riprende intere quartine, tali e quali, e altre ancora ne preleva adattandole alle sue esigenze.
Il Catechismo del padre Innocenzi venne stampato a Macerata nel 1681, poi ristampato numerose volte, prima in appendice a un'opera catechistica del padre gesuita Pietro M. Ferreri di Palermo, poi autonomamente come libretto. Più tardi, anche Giuseppe Riva, sacerdote penitenziere milanese, lesse il Catechismo di padre Innocenti, e apprezzatolo decise di riprenderne alcuni passaggi in una sua opera. Cosi, all'interno del Manuale di Filotea del Riva, redatto nel 1834, sono presenti alcune parti in forma di perifrasi. Più o meno allo stesso modo, il Vescovo Serci Serra lo utilizzò nel 1883 nel suo Catechismo e altrettanto fece Don Vincenzo Melloni nel suo Catechismo edito nel 1943.
Giustamente, e a proposito, Giovanni Marras, nel suo articolo su Libertà, rileva come la presenza missionaria dei gesuiti in Sardegna, dal 1500 in poi, fosse estesa e molto attiva. Nel contempo, dobbiamo tenere ben presente l'obiettivo di padre Innocenti nel redigere il suo Catechismo: quello di creare uno strumento adatto alle missioni, insomma una catechesi sottoforma di preghiere cantate, preghiere che si potessero ricordare facilmente. Tali erano del resto forma, struttura e contenuto di questi brani, destinati all'utilizzo orale. Basti osservare la concatenazione rimata fra strofa e strofa: cioè la rima fra l'ultima parola di ogni strofa e l'ultima parola della prima riga della strofa successiva.
Divenne così, oltre che una pregevole laude alla Madonna, un prezioso e facile strumento da diffondere in tutto il terreno di missione. I tanti padri gesuiti, inviati in forze in Sardegna, dalla penisola e dalla Spagna, potevano essere, come furono, i motori provvidenziali che diffusero questa laude in Sardegna. La diffusero, si capisce, insieme a tanti altri gosos, originari della Spagna e dedicati alla Trinità, al Redentore, alla Madonna e ai santi più venerati, gogos che ugualmente sono rimasti fra noi. Ricordiamo, a questo proposito, anche le missioni popolari introdotte dal vescovo di Alghero M. de Bertollinis e diffuse dal gesuita piemontese Giovanni Battista Vassallo. Con la diffusione delle confraternite, già esistenti e sempre più attrezzate, e la soppressione dell'ordine dei gesuiti nel 1773, il passaggio del testimone fu naturale e in qualche modo propizio.
Occorre però precisare che l'utilizzo del modulo musicale dei gosos non fu omogeneo in tutta la Sardegna. Nel centro nord, di lingua logudorese, tale modulo venne impiegato con temi unicamente religiosi, mentre invece in area campidanese il modulo venne impiegato anche con temi laici. Ma pure a Nuoro, in tempi relativamente moderni, questo modulo musicale venne utilizzato per temi non religiosi, persino ludico burlesco, come in Zia Tatana. (foto1?
Un viaggio di oltre 300 anni.
Ma il passaggio dell'Ave Maria italiana, dalla penisola alla Sardegna, risalente all'inizio del '700, non poteva certo avvenire senza trasformazioni. La maggior parte della popolazione sarda non era in grado di esprimersi in italiano, nè gli era consentito allora di usare ufficialmente la sua lingua. Per di più mancavano sacerdoti, quasi tutti di lingua castigliana o italiana, capaci di impiegare la lingua sarda. Di qui la traduzione di questa laude in castigliano, lingua alla quale venivano riconosciuti grado e dignità di idioma, una traduzione che venne poi riportata nel frontespizio di un libro dei battesimi del 1600, non più in uso, nella parrocchia di Torralba. Soltanto intorno al 1725, si ritiene ad opera di Bonaventura Licheri, la laude venne tradotta in logudorese, considerato che soltanto in lingua sarda quello strumento di missione poteva effettivamente essere efficace, condiviso da tutti nell'espressione della fede e dei sentimenti più autentici.
Di questo ci dà conferma il Rosarium di San Vero Milis del 1731, dove alla fine dello stesso troviamo proprio Deus ti salvet Maria, trascritto da Maurizio Carrus. E' questo il documento più antico contenente la laude in sardo. Ma un uguale documento è conservato anche nella biblioteca Satta di Nuoro. L'utilizzo dei gosos, in castigliano e in sardo, da parte delle confraternite, nate e diffuse soprattutto dopo il Concilio di Trento 1545/63), rappresenta il momento più favorevole per l'espansione di questi canti in mezzo alla massa dei fedeli, fra quei fedeli non ancora in grado di pregare in lingue diverse dalla propria.
Con l'utilizzo continuato e con il trascorrere del tempo, i sardi fecero propria questa straordinaria preghiera dedicata alla Madonna, nella modalità dei gosos religiosi, che sentivano in sintonia con la propria cultura, anche perchè cantata con un modulo musicale popolare, locale, la cui origine più antica si dovrebbe ricercare in area mediterranea orientale, greca e/o siriaca. L'uso sistematico in Sardegna viene attestato anche da altri documenti, del 1784 e del 1803, nei quali troviamo ugualmente la laude in sardo dedicata alla Madonna. Mirata alla cura delle anime, questa laude fa parte, infatti, del Repertorio di molte confraternite, insieme ad altri gosos, come ad esempio la ben nota Non mi jamedas Maria, oggi cantata da molti cori sardi, religiosi e non. Dunque, molto si deve alle confraternite se Deus ti salvet Maria ha trovato il suo specifico modulo musicale e molto si deve anche alla lingua sarda, che ha contribuito a permeare la laude di sentimenti profondi, espressione del vissuto e della spiritualità comune.
Chi ha scritto il testo in sardo di Deus ti salvet Maria?
Bonaventura Licheri è il personaggio che dai più è ritenuto l'autore di Deus ti salvet Maria. Dunque, prima di tutto, chi era Bonaventura Licheri? La storia di questo personaggio è stata fin qui un po' trascurata e un po' avvolta nella leggenda, e questo ha forse impedito di arrivare subito a una definitiva chiarezza. Ne sono esistiti sicuramente due, di Bonaventura Licheri: entrambi nati a Neoneli, per questo facilmente confondibili o sovrapponibili. Un articolo, a firma Mario Cubeddu, comparso nel luglio 2006 sulla Rivista La Grotta della vipera, contribuisce notevolmente a far luce su questa vicenda.
Dal Libro dei defunti di Neoneli, ci dice Cubeddu, risulta un Bonaventura Licheri nato nel 1667 e morto nel 1733, un personaggio di buon livello culturale, forse anche nobile, che frequentò per alcuni anni i collegi dei gesuiti (Compagnia di Gesù, di Sant'Ignazio da Loyola), a Cagliari e a Sassari, con la quale Compagnia mantenne, sia pure allo stato laicale, continui e concreti rapporti. Nel Libro dei defunti risulta anche un altro personaggio -stesso nome, stesso cognome- nato a Neoneli un anno dopo, nel 1734, e morto nel 1802.
Se dunque, come ricorda Cubeddu, questo canto faceva già parte del Repertorio dei gosos della confraternita di San Vero Milis, a conclusione del Rosarium, non possiamo che dedurne che la traduzione in sardo dell'Ave Maria è opera del primo dei due Bonaventura Licheri, quello nato nel 1667 e morto nel 1733.
Sempre Maurizio Carrrus, poeta di San Vero Milis, scrive un'opera intitolata: "Commedia de la sacratissima Passion", rappresentata per la prima volta nel 1728, nella quale la Madonna, dopo la morte del Cristo, si rivolge al popolo dicendo: Non mi llamedes como pius Maria/ et nen mancu de gracias piena,/ llamade mi mare de agonia/ de dolores, tristuras e de penas. Appare evidente il riferimento a Deus ti salvet Maria, il che dimostra che la laude già esisteva. Risulta poi attestato che fra Carrus e Licheri sono intercorsi dei rapporti concreti, ufficialmente conosciuti.
Una ulteriore conferma sulla paternità della laude in sardo ci viene da Monsignor Saba, vescovo di Oristano dal 1842 al 1860, il quale scrive fra l'altro: "Sebastiano Bonaventura Licheri (1700), della Compagnia di Gesù, cantò assai di Maria Vergine, e di suo lasciò pure anche altri componimenti di soggetto sacro..."
Dunque, Deus ti salvet Maria, in sardo, è opera di Bonaventura Licheri, e anche le variazioni testuali discretamente apportate, che possiamo riscontrare comparando questa versione con quelle precedenti, sono ugualmente sue.
Deus ti salvet Maria, oggi.
Dopo più di tre secoli, i sardi continuano a cantare di questa donna così speciale, sulla quale tutti fanno affidamento. E la cantano -da soli o comunitariamente- nella loro lingua, dal di dentro, riuscendo così a trovare quella compagnia luminosa e attenta di cui hanno sempre bisogno. Ma la cantano, oltre che in chiesa, anche per strada e nelle piazze, durante le feste popolari, la cantano persone semplici, giovani e vecchi, cantanti, cori e gruppi musicali. L'elenco degli artisti che la eseguono, sardi e non, è talmente lungo da risultare interminabile. Fra gli esecutori ne citiamo soltanto tre: Maria Carta, Fabrizio De Andrè e Andrea Parodi, la cui anima affidiamo con fiducia alle cure di chi, come la Madonna, ha conosciuto la morte nel proprio figlio prima ancora che in se stessa.
Infine, auspicando che si possa continuare a celebrare la Messa in sardo, come è accaduto a febbraio e marzo a Sassari nella chiesa di San Paolo, officiata da padre Raimondo Turtas, la laude Deus ti salvet Maria appare ancora più preziosa, una laude che - cantata durante la celebrazione eucaristica- consente di pregare e di rivolgersi alla Madre di Cristo con la certezza, e in confidenza, di essere anche noi suoi figli. Ben sapendo che le sue grazie e i suoi doni, abbondanti come l'acqua della sorgente, si riversano ogni giorno nel cuore di chi la invoca.
I TRE TESTI: ITALIANO, CASTIGLIANO E SARDO.
DIO TI SALVI, MARIA
Dio ti salvi, o Maria,
che sei di grazia piena,
di grazie sei la vena
e la sorgente.
Il tuo Signor potente
teco è sempre stato
perchè t'ha preservato
immacolata.
Benedetta sei stata
fra le donne gloriosa,
madre, figlia e sposa
del mio Signore.
Sia benedetto il fiore
e il frutto del tuo seno,
Gesù fior nazareno
e il Signore nostro.
Prega il figlio tuo
per noi gran peccatori
acciò che i nostri errori
a noi perdoni.
La sua grazia ci doni
in vita e nella morte
e la felice sorte
in Paradiso.
DIOS TE SALVE, MARIA
Dios te salve, Maria
que eres de grassia llena
y de gracia la vena
y la fuente.
El Senor omnipotente
con tigo siempe ha quedado
porque te ha conservado
immaculada.
Benedicta y celebrada
sobres todas gloriosa
y Madre y Hija y Esposa
del Senor.
Benedicta sea la flor
y fructo de tu seno
Jesus flor nazareno
y Senor nuestro.
Rogad al hijo vuestro
por nos muy pecadores
qui todos los errores
nos perdone.
Sa sancta gracia nos done
en esta vida y muerte
y con la felis suerte
el Paradiso.
DEUS TI SALVET, MARIA
Deus ti salvet, Maria
chi ses de gratzias piena,
de gratzias ses sa vena
e-i sa currente.
Su Deus onnipotente
cun tegus est istadu
pro chi t'hat preservadu
immaculada.
Beneitta e laudada
subra tottu gloriosa:
mama, fiza e isposa
de su Segnore.
Beneittu su fiore
ch'est fruttu de su sinu,
Gesus, fiore divinu,
Segnore nostru.
Pregade a Fizu 'ostru
pro nois peccadores:
chi tottu sos errores
nos perdonet.
E-i sa gratzia nos donet
in vida e in sa morte
e-i sa diciosa sorte
in Paradisu. Amen.