Dal romanzo “BADDE LONTANA”
Anche quel sabato pomeriggio, che ricordo come una ferita capace di gioia almeno quanto di dolore, già da lontano ho visto il nonno nel suo abituale osservatorio. Avevo appena attraversato la vasta ombra del noce, distesa fra il torrente, l'orto dove l'albero si ergeva maestoso e la stradina bianca. Dapprima l'ho chiamato; poi, in assenza di un segnale, mi sono avvicinato circospetto, alle spalle. Lui, che avvertiva sempre la mia presenza fin dal primo momento, mi ha teso all'indietro il braccio sinistro e, senza dire parola, ha aspettato che mi facessi più vicino, che infine gli prendessi la mano.
"Che fai, nonno?" gli ho chiesto con aria innocente; e intanto con un balzo l'ho raggiunto nella sua postazione: una roccia calcarea, alta poco più di mezzo metro, a forma di trapezio.
"Vedi laggiù?" mi ha invitato a seguire il volo del suo sguardo. Poi, con espressione rapita: "Hai notato quelle ombre lungo il torrente? Sono immobili, malinconiche, senza vita".
"Ombre? Nonno, io non vedo ombre: nè tristi, nè allegre", gli ho risposto perplesso dopo che la malinconia della sua voce mi aveva provocato un tremito d'incertezza e forse anche di timore. "Vedo mulini, nonno, soltanto mulini. Però quello più vicino, quasi sotto di noi, ha la ruota ferma: forse non riceve più acqua?"
"Ci sono i mulini, i mugnai, l'acqua; c'è proprio tutto, manca soltanto la vita: il frumemto da macinare, che ormai portano altrove". E ho sentito la sua voce tremare, soprattutto le mani.
Ma subito, affacciata allo sguardo un'improvvisa ironia, disse: "Ecco, mi devo convincere che i miei poveri occhi sono come due pozzanghere: hanno visto un sole meraviglioso e adesso, inevitabilmente, devono prosciugarsi. Per me,
lo sai, tutto è già passato, non ci sono più stagioni, nè mulini. Che altro potrei chiedere ancora? Devo accontentarmi di seguire quelle ombre, di muovermi nei loro sentieri, come dentro me stesso: un cannocchiale che non può esplorare che se stesso, a ritroso..."
Poi, stringendomi a sè come una canna a un'altra canna, ha cercato di trasmettermi il suo silenzio, quello più profondo, più vivo. Un senso di pena e insieme di gioia disperata, che in qualche modo sapeva di viaggio, remoto orizzonte. E via, chissà dove! Potevo seguirlo unicamente nel suo sogno, e in questa immediata, fiera adesione mi figuravo di sollevarlo con le mie piccole, fragili mani.
"La valle che io posso ancora vivere", soggiunse sottovoce "è dentro il mio petto, il torrente nelle vene, il mulino nel cuore, il suo tempo nella memoria. Soltanto così sento di continuare a esistere, insieme allo spirito della valle, alla sua storia".
Dopo un breve silenzio, rivolto alla valle, tenendomi sempre per mano: "Valle mia, per te non c'è più futuro. Lo sai, il tuo destino è quello di diventare sempre più lontana".
Poi a me: "Ragazzo mio, l'affido a te questa valle. Arduo compito è il tuo, fare in modo che gli uomini -così volubili, così distratti- non l'allontanino per sempre dalla memoria".
Questa è la condanna più terribile, concluse il nonno, che possa capitare a questa valle.
PS
Nella Sezione 'Diario' puoi ascoltare la canzone "Badde lontana", dalla quale ho preso lo spunto per scrivere questo romanzo. Inoltre, puoi conoscere la storia, leggere il testo e altre notizie.
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