ANTONIO  STRINNA 
Le storie, nostri luoghi interiori, non smettono mai di raccontarsi. Una di queste è sicuramente IL SUPERSTITE DIMENTICATO. Romanzo inedito. 

Ci sono storie che ci accompagnano sempre.

Sono la nostra migliore compagnia. 

Oggi, in mezzo al guado del terzo millennio, siamo sospesi sull'orlo di una mutazione. 

Dobbiamo essere consapevoli che la posta in gioco è immensa. Nel momento in cui la mutazione ha il sopravvento, il grande libro della nostra memoria è definitivamente archiviato, o bruciato, come del resto avviene nelle fasi finali delle grandi civiltà. 

E' sempre successo, però, che in questi passaggi epocali almeno una parte dei valori precedenti confluisse nel nuovo ordine, tradotto e assorbito nelle nuove lingue. 

Dunque, la domanda essenziale diventa: che cosa conta veramente? Che cosa va a tutti costi salvaguardato? E quali sono, se ci sono, le radici che ancora ci forniscono un equilibrio per ancorarci al mondo? Infine, cosa possiamo e dobbiamo portarci nella valigia telematica, piccola e leggera, che ci accompagnerà nel futuro?

Luca Francesconi 

Direttore 52° Festival Internazionale di Musica - BIENNALE DI VENEZIA, 2008. 



IL SUPERSTITE DIMENTICATO 

Antonio Strinna - Romanzo inedito

La voce narrante del romanzo è quella di un mulino ad acqua, restaurato da alcuni anni, unico superstite fra i trentasei mulini che per secoli hanno popolato la valle di San Lorenzo. Resuscitato dopo 50 anni dalla sua morte, subito dopo è stato abbandonato al suo destino.

Rivolgendosi ai turisti -ossia ai lettori-, che stanno per varcare la soglia, il mulino racconta prima di tutto della sua condizione di immobilità e di inutilità, dell'indifferenza generale nella quale è costretto a vivere, suo malgrado. Poi, inaspettatamente, scopre la sua nuova missione, che in tanti lo sollecitano a intraprendere... Così diventa il rifugio di tante storie dimenticate, proprio come lui, storie alla ricerca di riscatto, di pietà e infine di memoria. La vera, grande giustizia alla quale ambisce ogni uomo. 

Incipit - Voce narrante il mulino idraulico.

Sappiate, prima ancora di varcare la porta, che non è per mia volontà se sono ancora vivo, una seconda volta. L'unico fra tutti i mulini, e le gualchiere, che per oltre sei secoli sono stati il solo motivo di vita per gli abitanti di questa valle. E dunque sono anche l'unico a dover fare i conti, in un tempo per me maledettamente straniero, con una commedia sempre più volubile, senza neppure sapere in che modo potrei districarmi fra i miei nuovi compagni di scena.

Ne segue una violenta accusa contro una società che si ricorda del passato, della sua storia, soltanto per soddisfare una nostalgia sempre più finta, da consumare rapidamente, usa e getta. Dopo di che ognuno prosegue la sua corsa, in solitudine, con la sua abituale bramosia e inconsapevolezza, verso un futuro che non sa più prevedere e per questo, proprio come il presente, non gli potrà mai appartenere.

A questo punto, il mulino sente che l'unico modo per sentirsi ancora utile e dare senso alla sua seconda esistenza è quello di raccontare le storie dei mulini e dei mugnai della valle. In realtà, le storie che sente il dovere di raccontare sono anche altre, vengono persino da molto lontano. Sono storie, e personaggi, che chiedono una sola cosa: giustizia. Non una qualunque, ma proprio quella giustizia che può riconoscere loro il mulino: la sottrazione all'oblio, cioè il racconto. La narrazione è decisamente visionaria, fin dall'inizio, la realtà si sposta su un piano surreale, motivo per cui appare giustificato (almeno motivato) il viaggio che il mulino intraprende in un tempo costellato di incontri imprevedibili.

Il lettore si ritrova così all'interno di un viaggio durante il quale emergono diverse storie drammatiche, messaggere di conflitti irrisolti, ancora cariche di ferite dense di significato, in qualche modo attuali. Le tematiche presenti nel romanzo sono infatti: la violenza della religione, le epidemie, le guerre, le migrazioni, i pregiudizi culturali e sociali, la disgregazione comunitaria, la solitudine e lo smarrimento. Durante la narrazione si rivela letteralmente in frantumi il rapporto passato-presente-futuro, proprio mentre emergono le finzioni quotidiane, con se stessi e nelle relazioni sociali.


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                                                                     N E W S


 Incontri on line sulla scoperta e la valorizzazione dei Mulini storici

San Lorenzo - Osilo - Sabato 13 giugno 2020, ore 12,00. 

Partecipano all'incontro:


Marica Grano (coordinatrice, da Matera)
Graziano Dore (da Sassari) 
 Antonio Strinna (da Sassari)


SOLIDARIETA' 

PER GEORGE FLOYD

          CONTRO IL RAZZISMO

Da Il Fatto Quotidiano

L'attuale momento storico, caratterizzato da grandi crisi sanitarie ed economiche, ha reso più che mai evidenti le disuguaglianze e le gerarchie sociali, mostrando in bassorilievo anche la violenza (razzista) che le tiene in piedi. È esattamente questo che spinge ora negli Stati Uniti diversi segmenti sociali, compresi quelli composti da bianchi, a riconoscere nella protesta del movimento #blacklivesmatter qualcosa che rappresenta anche le loro istanze.

Non è un caso, infatti, che in questi giorni molti sindacati statunitensi abbiano espresso solidarietà incondizionata al movimento #blacklivesmatter. Così, il sindacato che rappresenta i lavoratori di alberghi, ristoranti e aeroporti della città di Minneapolis, Unite Here Local 17, ha manifestato pubblicamente la propria solidarietà al movimento. Hanno fatto altrettanto gli infermieri di Nnu (National Nurses United), i metalmeccanici di United Steel Workers (Usw), così come gli assistenti di volo di Association Flight Attendants (Afa-Cwa), rivendicando giustizia per l'uccisione di George Floyd.

In un recente comunicato, gli autisti del sindacato Atu 1005 (Minneapolis Amalgamated Transit Union) hanno espresso il bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili, in grado di coniugare le lotte dei neri con quelle dei lavoratori: "La brutalità della polizia è inaccettabile! Questo sistema ha abbandonato tutti noi lavoratori, come dimostra la crisi economica e il Coronavirus che stiamo affrontando. Ma questo sistema ha soprattutto abbandonato la gente di colore, i neri americani e la gioventù nera. Abbiamo più che mai bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili. Un movimento che sappia unirsi a quello dei lavoratori e che sia indipendente dalle imprese e dai partiti politici..."


Dal romanzo: IL PAESE CLANDESTINO

Antonio STRINNA - Arkadia editore. 

   "Lascia che il lievito del silenzio, con la sua abituale discrezione, lavori nella trama della tua esistenza", ecco con quale sentenza mi congedò la mia Olivetti Lettera 32. E concluse: "Lascia che maceri proprio tutto: il cuore, la fibra, l'umiltà. Soltanto così un giorno potrai rinascere, in qualche modo, e concederti un'altra occasione".

Insomma, un piccolo spiraglio di speranza, si sa, non si nega a nessuno. Anche se non manca mai il rischio che si trasformi, indefinitamente, in una nuova illusione. L'onda culturale del '68, arrivata in Italia dopo il maggio francese, avrebbe potuto alimentare questa speranza. Ma dentro la sua corsa prepotente, non so come, sospettavo che ci fosse anche qualcosa di fragile e dunque di provvisorio; del resto, era un'onda che il tempo doveva ancora mettere alla prova. Prima o poi lo farà, mi dicevo convinto, magari risparmiandogli la sconfitta, ma sommergendo il suo cambiamento con un altro cambiamento, e poi con un altro, un altro ancora. E ogni cambiamento sarà come una barca senza viaggio né meta.

Che cosa me lo faceva sospettare? Il fatto che il vero cambiamento, quello incarnato da Martin Luther King, era stato assassinato proprio in quella stessa primavera. A Memphis. Il pastore protestante era stato ucciso, infatti, il 4 aprile 1968. E con lui anche una storia appena nata. La sua speranza, soprattutto, era stata uccisa, e quella di milioni di persone.

Sì, perché il potere dei simboli -Martin Luther King era uno di questi, forse il più grandioso-, era stato annientato clamorosamente. Da chi? Proprio dai simboli negativi costituiti dal potere fin qui conosciuto. Da tutto questo appariva chiaro che non era ancora venuto il tempo in cui sarebbe stato possibile capovolgere i valori in campo e dunque il potere stesso.

Anche il libro "La forza di amare" di Martin Luther King, che avevo letto più volte come fosse la mia Bibbia personale, ora sembrava inutile, quasi morisse insieme a lui. Dopo quel 4 aprile, la primavera appena iniziata sembrava non avere più ragione di continuare. Soprattutto, non sembrava più stagione di sogni.

"Riteniamo che tutti gli uomini -di ogni razza e colore, poveri e ricchi-, siano stati creati uguali". Il mondo doveva ricominciare da qui.

Martin Luther King aveva un sogno straordinario, non solo grande, ma non faceva parte dei sogni dell'America, ancora meno dei potenti di questo paese. Così, già all'alba, quel sogno si era ricoperto di sangue. Sommerso e ucciso dal sangue. Ed era chiaro che, dopo la sua morte, nessuno avrebbe trovato i frutti del suo sacrificio dietro l'angolo. Era molto più facile raggiungere la luna che dare risposte al destino e alla dignità dell'uomo.

E poi c'era la voglia crescente di cambiamento, una vera e propria ossessione, malgrado l'evidente fragilità. Era un'etichetta puntualmente incollata a ogni parola, a ogni gesto. Pubblicità ingannevole, diremmo oggi, carica di promesse senza futuro. Ingannevole come qualunque industria dei sogni.

Cultura e fede guardavano alla modernità. La modernità, poi, avrebbe puntato al postmoderno. Senza pensare che forse un giorno non ci sarebbe rimasto che guardare al passato, alla tradizione, per recuperare quel poco che ci era rimasto. Quando ormai quasi tutto sarebbe stato difficile da ritrovare, per le strade, nelle scuole, nelle famiglie e persino nelle chiese.

Contestare, ribellarsi e infine cambiare, radicalmente... Radicalmente? Non è forse vero che c'è sempre qualcuno, primo fra tutti il potere, che non esita a cavalcare il cambiamento e a strumentalizzarlo a proprio vantaggio? Magari cancellando i vecchi valori, come è successo, sostituendoli con i propri. Per la maggior parte delle persone, specialmente per gli ingenui e gli sprovveduti, è sufficiente ogni volta sentirsi addosso un vestitino nuovo.

Non so quanto fossi consapevole di tutto questo e quanto fosse razionale la mia scelta, certo è che mi sentivo in dissenso su quanto stava vorticosamente accadendo. Il continuo cambiamento -così intuivo nell'intimo-, in fondo sgorgava dal ventre di un ambiguo progresso. Di quel progresso che aveva condannato e messo a morte la mia valle, con i suoi 36 mulini. Per cui trovavo automatico e istintivo chiedermi che altro ancora stava morendo, chi e cosa veniva travolto da questo generale cambiamento. Sacrificato sul suo altare, sempre più grande, e affamato, senza che qualcuno si sentisse responsabile -forse neppure cosciente-, di tutto quanto veniva annientato per sempre.

Dunque, in silenzio, scelsi di non seguire il facile corso delle tante mode che già si susseguivano una dopo l'altra. Quella della musica inglese, prima di tutto. E poi quelle, sempre più accattivanti, che ci suggerivano come dovevamo vestirci, parlare e persino sognare.



VALLE DI BUNNARI - BADDE OLIA - 1938 - 


Anche Bunnari ha avuto i suoi mulini, fino agli anni '50. Credo quattro, forse cinque. Nella prima foto si vede il mulino di mio nonno paterno, a Badde olia. La ruota è di metallo. In alto, a destra, mio padre appollaiato sopra la ruota, insieme a un suo amico. Nella seconda foto si vedono mio nonno paterno e il fabbro che ha realizzato la ruota in metallo. 

Badde olia. Si tratta di uno dei tre mulini di proprietà di mio nonno paterno.