ANTONIO  STRINNA 
Le storie, nostri luoghi interiori, non smettono mai di raccontarsi. Sono come dei superstiti dimenticati.

IL PAESE CLANDESTINO

                                                            Romanzo - ANTONIO STRINNA 

ARKADIA EDITORE - NARRATIVA

HOTEL DELLA TRANQUILLITA'

Romanzo inedito - ANTONIO STRINNA

                                      

A un vecchio attore, privato misteriosamente della maschera e della sua scena, viene dedicata -mentre è ancora in vita- una Compagnia teatrale: motivo per cui si ritrova in una condizione di vita sospesa, una sorta di limbo terreno, in qualche modo al confine con l'aldilà. Da questo punto di osservazione si rivolge istintivamente al suo passato, alla sua storia di attore, cantante e pittore. E' una storia che racconta in presa diretta, da un'estrema periferia, agli ospiti dell'Hotel della tranquillità (un ricovero per vecchi e anziani), come lui ormai lontani dal mondo, soldati senza domani abbandonati nella trincea del passato.

Un filo sottile riannoda, dalla Sardegna alla penisola e viceversa, una successione in apparenza casuale di vicende, talvolta drammatiche, singolari passioni, commedie e amori, piccoli e grandi; dapprima sospesi tra le vertigini della memoria, subito dopo trasformati in vere e proprie creature.

In questo procedere a ritroso, l'io narrante incontra e dialoga con i suoi vecchi e nuovi compagni di viaggio. Una nota cantante e attrice, una bambina down rifiutata dai genitori, alcune vittime della seconda guerra mondiale e altre di sequestri di persona; quindi una particolare squadra di calcio femminile e un suggestivo suonatore di launeddas, interprete di un oscuro mistero e di un antico dolore.

Infine, la storia del Tocco del silenzio, una surreale Radio scherzo e insieme l'Hotel della tranquillità. Dove ogni vicenda viene raccontata come un provvidenziale controcanto alla vecchiaia e alla malattia, al suo continuo disfacimento, che prepara e inesorabilmente conduce alla fine, quella definitiva. Sullo sfondo, quasi costantemente presente, una Sardegna sempre più smarrita e indifesa, alla ricerca disperata di se stessa.

Sono sicuro, conclude la voce narrante, che un giorno o l'altro si stancherà di me, il destino, delle mie miserie quotidiane, del mio tempo già scaduto, ormai sazio della mia pazienza. Magari quando meno me l'aspetto, quando si vedrà costretto a prendere atto che la mia presenza si è ridotta all'inutilità di un ammasso di carne e ossa.

Intanto, non passa giorno che non ricordi al mio destino come stanno stranamente le cose: una Compagnia teatrale è stata dedicata, senza il mio consenso, alla mia memoria. Ciononostante sono ancora qui e senza che mi sia mai stato chiesto se sono d'accordo, come se la vita e la morte fossero ancora una cosa soltanto.


 ESTRAPOLAZIONI


1

La chitarra era ancora lì, scordata e ugualmente pronta a sostenerci nelle nostre ballate, ironiche e drammatiche a un tempo, sospese tra il cielo e il nulla. Per fortuna, come succede ai bambini, all'Hotel della tranquillità ci sfugge che ogni emozione, ogni gesto, persino ogni pensiero, da un momento all'altro potrebbe coincidere con l'addio alla vita.

Soltanto la memoria, di ieri come di domani, lo sa. E mentre dilata indefinitamente i suoi e nostri ricordi, fra conflitti e quiete, tiene discretamente per sé questo segreto.  


2

 C'è un dipinto, in particolare, che sembra vigilare sul laboratorio e su di me, certo una vigilanza che non lascia spazio all'indifferenza, alla distrazione, tanto meno alla fuga. Il ritratto, dall'espressione intrigante, di un ambiguo Rigoletto. Ogni volta il suo sguardo s'impone su di me, non potrebbe essere diversamente, soprattutto per quanto di bizzarro e di ironico traspare dai suoi occhi sfolgoranti, mentre avvolto nel suo mantello tuona imperioso: 

"O uomini! O natura! Vil scellerato mi faceste voi! O rabbia! Esser difforme! Esser buffone... Non dover, non poter altro che ridere!"


         A I A M S  

                Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici



Dal romanzo: IL PAESE CLANDESTINO

Antonio STRINNA - Arkadia editore. 

   "Lascia che il lievito del silenzio, con la sua abituale discrezione, lavori nella trama della tua esistenza", ecco con quale sentenza mi congedò la mia Olivetti Lettera 32. E concluse: "Lascia che maceri proprio tutto: il cuore, la fibra, l'umiltà. Soltanto così un giorno potrai rinascere, in qualche modo, e concederti un'altra occasione".

Insomma, un piccolo spiraglio di speranza, si sa, non si nega a nessuno. Anche se non manca mai il rischio che si trasformi, indefinitamente, in una nuova illusione. L'onda culturale del '68, arrivata in Italia dopo il maggio francese, avrebbe potuto alimentare questa speranza. Ma dentro la sua corsa prepotente, non so come, sospettavo che ci fosse anche qualcosa di fragile e dunque di provvisorio; del resto, era un'onda che il tempo doveva ancora mettere alla prova. Prima o poi lo farà, mi dicevo convinto, magari risparmiandogli la sconfitta, ma sommergendo il suo cambiamento con un altro cambiamento, e poi con un altro, un altro ancora. E ogni cambiamento sarà come una barca senza viaggio né meta.

Che cosa me lo faceva sospettare? Il fatto che il vero cambiamento, quello incarnato da Martin Luther King, era stato assassinato proprio in quella stessa primavera. A Memphis. Il pastore protestante era stato ucciso, infatti, il 4 aprile 1968. E con lui anche una storia appena nata. La sua speranza, soprattutto, era stata uccisa, e quella di milioni di persone.

Sì, perché il potere dei simboli -Martin Luther King era uno di questi, forse il più grandioso-, era stato annientato clamorosamente. Da chi? Proprio dai simboli negativi costituiti dal potere fin qui conosciuto. Da tutto questo appariva chiaro che non era ancora venuto il tempo in cui sarebbe stato possibile capovolgere i valori in campo e dunque il potere stesso.

Anche il libro "La forza di amare" di Martin Luther King, che avevo letto più volte come fosse la mia Bibbia personale, ora sembrava inutile, quasi morisse insieme a lui. Dopo quel 4 aprile, la primavera appena iniziata sembrava non avere più ragione di continuare. Soprattutto, non sembrava più stagione di sogni.

"Riteniamo che tutti gli uomini -di ogni razza e colore, poveri e ricchi-, siano stati creati uguali". Il mondo doveva ricominciare da qui.

Martin Luther King aveva un sogno straordinario, non solo grande, ma non faceva parte dei sogni dell'America, ancora meno dei potenti di questo paese. Così, già all'alba, quel sogno si era ricoperto di sangue. Sommerso e ucciso dal sangue. Ed era chiaro che, dopo la sua morte, nessuno avrebbe trovato i frutti del suo sacrificio dietro l'angolo. Era molto più facile raggiungere la luna che dare risposte al destino e alla dignità dell'uomo.

E poi c'era la voglia crescente di cambiamento, una vera e propria ossessione, malgrado l'evidente fragilità. Era un'etichetta puntualmente incollata a ogni parola, a ogni gesto. Pubblicità ingannevole, diremmo oggi, carica di promesse senza futuro. Ingannevole come qualunque industria dei sogni.

Cultura e fede guardavano alla modernità. La modernità, poi, avrebbe puntato al postmoderno. Senza pensare che forse un giorno non ci sarebbe rimasto che guardare al passato, alla tradizione, per recuperare quel poco che ci era rimasto. Quando ormai quasi tutto sarebbe stato difficile da ritrovare, per le strade, nelle scuole, nelle famiglie e persino nelle chiese.

Contestare, ribellarsi e infine cambiare, radicalmente... Radicalmente? Non è forse vero che c'è sempre qualcuno, primo fra tutti il potere, che non esita a cavalcare il cambiamento e a strumentalizzarlo a proprio vantaggio? Magari cancellando i vecchi valori, come è successo, sostituendoli con i propri. Per la maggior parte delle persone, specialmente per gli ingenui e gli sprovveduti, è sufficiente ogni volta sentirsi addosso un vestitino nuovo.

Non so quanto fossi consapevole di tutto questo e quanto fosse razionale la mia scelta, certo è che mi sentivo in dissenso su quanto stava vorticosamente accadendo. Il continuo cambiamento -così intuivo nell'intimo-, in fondo sgorgava dal ventre di un ambiguo progresso. Di quel progresso che aveva condannato e messo a morte la mia valle, con i suoi 36 mulini. Per cui trovavo automatico e istintivo chiedermi che altro ancora stava morendo, chi e cosa veniva travolto da questo generale cambiamento. Sacrificato sul suo altare, sempre più grande, e affamato, senza che qualcuno si sentisse responsabile -forse neppure cosciente-, di tutto quanto veniva annientato per sempre.

Dunque, in silenzio, scelsi di non seguire il facile corso delle tante mode che già si susseguivano una dopo l'altra. Quella della musica inglese, prima di tutto. E poi quelle, sempre più accattivanti, che ci suggerivano come dovevamo vestirci, parlare e persino sognare.