INEDITI

                   ROMANZI E RACCONTI INEDITI



IL FUOCO INSONNE DELLE MALEDIZIONI

                                  Antonio Strinna

Quindici storie di mala ventura.
Raccontate in prima persona.
Si può morire per qualche implacabile maledizione 

e anche quando la vita e l'amore diventano un oscuro abisso.


                                              Così si conclude il primo dei racconti:

Abbiamo trascorso la nostra esistenza nell'inimicizia di Dio e fatalmente continuiamo a trascorrerla senza mai poterla riscattare, condannati a bruciare nel fuoco insonne delle maledizioni.


INDICE

1) IL FUOCO INSONNE DELLE MALEDIZIONI

2) LA MADRE DEL BANDITO

3) AGOSTINO E LE TRE SORGENTI

4) GIULIA CARTA LA STREGA

5) ESILIO A ZARAU

6) IL FIGLIO IMPICCATO

7) MICHELE E JUANNA MARIA

8) PERSEGUITATI DALLA POESIA

9) IL BANDITO E IL PRETE

10) AMORE ASSASSINO

11) CANZONE DI SANGUE

12) QUELLA NOTTE DI TERRORE

13) IL CUSTODE INVISIBILE

14) IL FALLIMENTO

15) L' ILLUSIONE DELL' ARTISTA



                                                                            I

           IL FUOCO INSONNE DELLE MALEDIZIONI


C'è sempre qualcuno che cammina insieme alle tenebre, e noi siamo fra quelli, marito e moglie, poco importa il nostro nome. Del resto, neppure lo ricordiamo. O forse è stato cancellato per sempre insieme al nostro battesimo, alla nostra dignità. Ciò che invece ricordiamo bene, in ogni piega del nostro essere, è la nostra storia, terribile quanto antica, che siamo costretti a vivere ogni giorno. Perché proprio questa è la nostra maledizione, quella che un vescovo -in nome di Dio, dei suoi santi e con il suo spietato potere-, ci ha scaraventato addosso. E oggi come allora non possiamo fare a meno di pagarne il prezzo.
Ecco perché come due fragili ombre camminiamo senza sosta, io e mia moglie, ricurvi sulla schiena, reggendoci a stento, appoggiandoci su vecchi e nodosi bastoni di olivastro. Dopo qualche anno, ognuno di questi bastoni trova il suo riposo, noi invece no, neppure in qualche luogo sconosciuto, dove poter vivere affrancati dalla sofferenza. Sciagurati procediamo di villaggio in villaggio, senza poter superare le periferie, assoggettati a una notte sconfinata che non prevede alba.
Durante il nostro cammino, le cadute sono un'abitudine quotidiana. Del resto, potrebbe forse essere diversamente? Siamo così profondamente piegati da non riuscire a vedere i nostri volti, impossibile scorgere i nostri sguardi, il nostro volto avvizzito. Ogni giorno di più i nostri occhi si caricano di tristezza, la stessa che risuona dai nostri passi, incalcolabili eppure senza direzione. A forza di guardare verso il basso, i nostri occhi sanno di terra, di sassi ed erba. Soltanto qualche volta sanno di muri e di cespugli. Per noi non esiste orizzonte, come non esiste speranza.
Il nostro viaggio è iniziato a Trèchido, un villaggio scomparso del quale non è rimasta traccia, una volta si trovava fra Bonorva e Torralba. Dunque, noi siamo gli unici superstiti di questo villaggio, anche perché, nonostante il nostro eterno vagare, non lo abbiamo mai lasciato completamente.
Da molto tempo, dunque, siamo condannati a non fermarci mai, e a non avere una meta. Neppure la morte ha potuto interrompere questo viaggio, né ci ha consentito un pietoso raggio di quiete. Anche i nostri figli sono stati condannati a subire lo stesso destino, maledetti come noi, uniti nel destino ma separati da noi. Il diavolo in persona ci accompagna. Per noi il tempo non passa mai, non c'è oggi né domani.
Non passa perché è il tempo dell'inferno, è in suo totale potere, e procede ovunque siamo noi. In fondo, l'inferno siamo noi, per noi stessi. E altro non abbiamo di cui vivere.
Il peso che portiamo addosso è gigantesco e anche mostruoso, talmente disumano che anche dentro di noi sentiamo di toccare terra, materialmente, il nostro spirito striscia come un serpente. E' una maledizione eterna, piena d'ira e di rancore, la nostra maledizione. E non sa che cosa sia il perdono.
Forse vi chiederete per quale motivo abbiamo lasciato il nostro villaggio. A causa di qualche guerra, di qualche pestilenza, inseguendo qualche spericolata avventura?
Per colpa dell'amore, proprio così, dell'amore che qualcuno ha voluto impedire, e poi nel nome di Dio ha ritenuto di dover maledire, per sempre. Ha maledetto noi e pure il villaggio intero nel quale abitavamo.
Che strano, vero? Proprio l'amore... Ma quale amore è stato capace di maledire una famiglia, di sospingerla ovunque e anche nel tempo come fossero dei dannati in eterno? Per di più, è stato la causa della distruzione di un villaggio intero.
Allora, in questi luoghi, ogni villaggio nasceva da una famiglia, ne bastava una sola. Ma erano anche villaggi che potevano morire ad opera di una famiglia soltanto, anche prima che questa si fosse costituita. Perciò, anche Trechido è sorto così. Una famiglia dopo l'altra. Ma poi, all'improvviso, è passato fatalmente dalla nascita alla distruzione.
La sua morte è iniziata con l'amore, con l'amore mai benedetto di due giovani, noi due. Io mi ero innamorato di una ragazza del villaggio, forse la più bella, certo il suo amore era così forte e radicato che mai lei avrebbe rinunciato a mettere su famiglia insieme a me. E lei mi amava senza limiti, per me era disposta a tutto; voleva essere moglie e madre, magari di tanti bambini, an-che a dispetto della nostra povertà e dell'incertezza della vita. Avevamo soltanto noi stessi, ma tanto basta per sentirci ricchi.
Entrambi poi credevamo nella generosa benedizione della chiesa, che consideravano la nostra seconda madre, la più elevata, la più comprensiva, oltre che eterna. In lei confidavamo, senza nulla teme-re. Del resto, cosa potevano temere da una madre così grande, così potente e immortale?
Intanto, scopro che c'era qualcuno deciso a ostacolare il nostro amore, persino a impedire la nostra unione. La mia sorpresa è stata tanta. E chi era questo signore? Qualche nobile, qualche feudatario, qualche proprietario terriero? Allora capitava che si ritenessero padroni anche di noi, persino prima che nascessimo. Persino i monasteri, insieme al bestiame e alle terre, ci consideravano loro proprietà. Persino dei nostri figli, prima ancora di nascere, erano proprietari, per tutta la vita.
Ormai erano trascorsi diversi anni, ci volevamo bene e desideravamo sposarsi, eravamo determinati ad affrontare il futuro insieme, poco importava se già sapevamo che non sarebbe stato senza imprevisti e asperità.
A questo punto mancava soltanto la benedizione. Certo, la benedizione del prete, che avrebbe dovuto unirci in matrimonio. Ma c'era qualcuno, come ho appena detto, che si opponeva. E chi mai? E per quale motivo? Era proprio il prete che avrebbe dovuto unirci in matrimonio. Si rifiutava di benedire la nostra unione. Che diamine, mi sono detto incredulo, possibile che sia proprio lui a ostacolare il nostro sogno? Che era poi un nostro diritto. Non volevamo crederci.
Si opponeva, eccome! Si opponeva con tutto il suo potere! Naturalmente con i pretesti più diversi, di ogni tipo, senza mai dire la verità. Anzi, ha sempre tentato di nasconderla, anche se ormai mi era tutto chiaro. Non erano che scuse pretestuose, le sue, per negarci la cerimonia.
Il fatto è che il prete voleva per sé la donna che volevo sposare, a disposizione delle sue voglie. Certo non perché intendeva spretarsi e quindi sposarla. No, prete e insieme amante, ecco che cosa pretendeva di essere. Magari anche con altre donne, come fossero di sua proprietà.
Proprio così, il prete ne rivendicava la proprietà. A questo punto, secondo il prete, avrei dovuto trovarmi un'altra donna, se volevo ancora sposarsi e pensavo di farmi una famiglia.
Non eravamo certo i soli a conoscenza della pretesa del prete. La gente sapeva bene di questa brutta storia. E sapeva pure che qualcosa di grave sarebbe successo, prima o poi. Quella diavoleria non poteva durare a lungo, senza causarne qualche altra, persino più grave. Era fin troppo facile immaginare quale sarebbe stata.
Non potevamo certo aspettare all'infinito o addirittura rinunciare. Come avrei potuto rassegnarmi a non sposare la mia amata? Oltretutto, per lasciarla in balìa delle morbose ambizioni di possesso del prete.
Così, inevitabilmente, tutt'e due iniziammo a odiare il prete, ormai senza misura. Lo odiavamo più di un nemico, più di chi ti ruba il pane e anche il respiro! Ogni nostro pensiero era attraversato da un odio implacabile, sempre più lacerante. Lo odiavamo come può odiarlo soltanto lo spirito della tempesta, che poi è anche quello della vendetta, e non conosce un solo attimo di quiete, né sonno né riposo.
Più volte ho minacciato il prete, in tutti i modi, sperando di costringerlo, almeno con le cattive, a fare il suo dovere di prete, di uomo di Dio, invece di rubare le donne agli altri.
Un giorno, con tutto quanto mi ribolliva dentro, gli ho sputato in faccia, davanti a dei testimoni, che lo avrei ammazzato. Ormai ero deciso a farla finita con il prete, con questo imbroglio delirante che sembrava senza via d'uscita. Un giorno, terminata la Messa, l'ho affrontato sul portone della chiesa.
«Sappi che ti metterò sotto un palmo di terra se non lasci in pace la mia fidanzata!» Mi sentivo dentro una rabbia furibonda. Perciò, senza esitare, continuai a sputare tutta la mia rabbia: «Ti dò un mese di tempo, prete maledetto, e se entro questo mese non saremo sposati, per colpa tua, io ti farò dormire per sempre sopra un letto di terra e di sangue!»
Come pensate che abbia reagito il prete?
Come al solito, sicuro di sé, neppure mi ha degnato di una risposta. Dopo un'alzata di spalle, guardandomi dritto negli occhi mi ha lanciato un provocatorio sorriso di sfida, seguito dalla smorfia digrignante del suo potere. Subito dopo si è allontanato scuotendosi la tonaca. Del resto, io non ero che polvere, per lui. Polvere che si era permessa di infastidirlo, persino di minacciarlo. Come mi ero permesso, non ero forse un miserabile? Mai, come in quei momenti, mi era capitato di sentire Dio e il cielo in questo modo, con la loro tremenda inimicizia. Mai mi ero sentito così solo con me stesso.
Per tutta risposta, non perse tempo, il prete, a vendicarsi per l'affronto che gli avevo fatto pubblicamente. Servendosi dei suoi parenti, mi fece incendiare un campo che avevo seminato a grano, non ancora soddisfatto fece sgarrettare il mio bestiame, sino a decimarlo. Ditemi, potevo forse non essere stanco di attendere invano la tanto sospirata cerimonia di matrimonio, esasperato dai soprusi patiti dal prete e dalle attenzioni morbose che riservava alla mia donna?
Insomma, ormai era chiaro, il destino doveva fare il suo corso, sino in fondo. Sì, il destino e il male, inseparabili. La strada e la vita ormai appartenevano soltanto a loro. A loro che vanno spesso insieme, come l'uomo e il suo bastone. Ormai, nessuno avrebbe potuto fermarli. Sono loro che decidono della vita e della morte di noi poveri uomini nati e cresciuti in mezzo alle miserie.
Dunque, sul portone della chiesa quel giorno, in quel momento preciso, era stato già deciso il seguito della vostra storia. Certo non immaginavo che, insieme alla nostra, sarebbe stata decisa anche quella del villaggio, Trechido.
Forse vi state chiedendo che cosa c'entra il villaggio di Trechido con la storia del prete e la nostra.
Trascorse un mese intero, interminabile, ma il prete non ci pensava affatto a sposarci. Anzi, anche lo sguardo aveva sempre più arrogante, il suo atteggiamento di sfida appariva persino più sfrontato e cattivo. Così, quella domenica, come suo solito, il prete iniziò a celebrare la Messa. Ormai non ricordava che gli avevo fatto una promessa, non meno solenne della Messa che adesso stava per celebrare, non lo ricordava e forse neppure lo voleva. Tanto meno pensava che quella sarebbe potuta essere la sua ultima Messa! Messa di morte, questa volta, non di resurrezione.
Il potere stava dalla sua parte, così anche la malvagità, quella orrenda e senza limiti. Ecco perché si mostrava, e in effetti lo era, tanto sicuro di sé. Perciò, nella sua presunzione non poteva nemmeno immaginare che sarei stato più violento di lui! Insomma, che avrei fatto ricorso a un potere più forte del suo. Quello che ormai mi sentivo dentro e che lui stesso mi aveva suscitato. E dunque, a questo punto vi chiederete, sicuramente, come anda-rono poi le cose?
Quella domenica, a differenza delle altre volte, ero andato da solo a Messa. Si era ancora all'inizio della celebrazione. Come di consueto, il prete sollecitava i fedeli a chiedere perdono per i loro peccati. Peccati che, in fondo, già pagavano ogni giorno, anche a caro prezzo. Come la vita, e ogni genere di prepotenti, esigeva ogni giorno da loro. Quali fossero poi questi peccati non l'ho mai capito.
Ciononostante, proprio tutti dovevano confessare e chiedere perdono per i loro peccati; e così anche il celebrante.
Il celebrante? Non credo proprio che in cuor suo pensasse di dover chiedere perdono, tanto meno per la sua infinita superbia, così violenta e mostruosa, soprattutto lontana dal Vangelo, dagli insegnamenti che lui stesso predicava. Perdono per finta, quello sì, poteva bastare. D'altronde, quando mai aveva fatto parte della schiera dei peccatori?
Eppure, non era forse un peccato anche il suo? Per di più, non uno qualunque. Pretendere la proprietà di una donna e impedire il nostro sacrosanto matrimonio, non era forse un peccato contro l'amore e contro Dio stesso?
Intanto, entrato in chiesa per ultimo, mi sono fermato appena dopo l'ingresso. Ero armato di un archibugio, che tenevo al mio fianco, pronto a sparare. Quando sono entrato non sapevo ancora in quale momento preciso avrei fatto fuoco. Ma quando ho sentito la sua bocca, tronfia e sprezzante, predicare e pretendere che quel misero popolo di Dio chiedesse perdono per i suoi peccati, allora ho capito che quello e soltanto quello poteva essere il momento giusto per fare giustizia, una volta per tutte.
«Sei tu che devi chiedere perdono, maledetto prete! Non questa povera gente!» ho gridato avanzando deciso sino al centro della chiesa, con l'archibugio puntato sul prete.
Silenzio. Credo che per tutti i presenti sia stato un silenzio di terrore, da ghiacciare il sangue. «Chiedi perdono tu, bastardo, perché hai peccato, troppo a lungo hai peccato, e adesso spetta a me peccare. E' il mio peccato è uno soltanto: mandarti per sempre all'inferno!»
Nessun altro avvertimento, nessuna esitazione. Dall'archibugio ho fatto partire un colpo, ben mirato, appena ho visto il prete con il braccio puntato verso di me. Un colpo dritto al cuore, uno soltanto, ma sufficiente a colpirlo a morte.
In un attimo si è accasciato dentro i suoi paramenti, le braccia ripiegate, lo sguardo spento e immobile, subito richiuso. Il prete ha avuto appena il tempo di capire, incredulo, non di gridare, di capire quello era il suo ultimo respiro e dunque la mia minaccia era ormai diventata concreta, anche più forte della sua prepotenza, per cui la sua fine era arrivata davvero. Il suo corpo, incredibilmente spento, era quindi precipitato ai piedi dell'altare.
La gente è stata subito invasa dall'angoscia e dall'orrore, sentimenti che avevano un volto soltanto, quello del peccato. Spaventoso peccato. Intanto, tutti si sono precipitati verso il prete, lo hanno portato in sacrestia, ma era ormai senza vita, la sua anima ormai lontana. E mentre la gente si accalcava attorno al cadavere, io mi affrettavo a lasciare la chiesa. Montato a cavallo, mi sono lanciato verso l'altopiano, dove avevo preparato accuratamente il mio nascondiglio, sicuro che lì non mi avrebbe trovato nessuno. E infatti nessuno riuscì mai a rintracciarmi.
Di me si persero le tracce, per sempre. Del resto, non mi fu difficile trovare una buona compagnia, quella dei banditi, allora ce n'erano ovunque. E con loro trovai un rifugio sicuro.
Qualche mese più tardi, come d'accordo, io e la mia donna ci ritrovammo, da qualche parte. Certo non da sposati, come avevamo sempre sognato. Comunque ci ritrovammo, vivemmo insieme. Ma soltanto per poco fummo felici. Dopo di noi, non trascorse molto tempo che anche il villaggio iniziò a scomparire. Qualche anno dopo il villaggio intero non esisteva più.
Era il 1664, l'inizio della fine, soprattutto era tempo di scomuniche e maledizioni. Durante il quale, nel mese di novembre, era stato ucciso un prete, per di più mentre celebrava la Messa. Forse perché non era stato catturato il colpevole, forse perché così doveva comunque andare, fatto sta che il Vescovo decise di condannare tutta Trechido. Insomma, il Vescovo fece ricadere anche sul villaggio la colpa del mio peccato, da lui ritenuto imperdonabile, con la sua solenne scomunica. Da quel giorno il villaggio rimase costantemente senza Dio, la chiesa sconsacrata, privo di prete!
Nessuno che venisse a celebrare la Messa, neanche la domenica. Nessun rintocco di campana. Neppure per i morti, per comunicare che era arrivato il momento della pietà.
Nessuno. Allora e per sempre, senza perdono, senza nessuna speranza di salvezza! Da quel momento la gente prese ad andare nel villaggio più vicino per i riti religiosi.
Con il passare dei giorni, gli abitanti di Trechido iniziarono a sentirsi colpevoli, al posto mio; pensavano che insieme alla scomunica era già caduta, sulle loro vite, almeno qualcuna delle terribili maledizioni pronunciate dal Vescovo. Che erano numerose e grondanti di malvagità, indegne di qualunque Dio. E il primo maleficio della scomunica era la peste: più di uno, infatti, subito dopo, si era ammalato di questo male. Con il trascorrere dei mesi la peste prese inesorabilmente a dilagare. Insomma, non si poteva continuare a vivere in una terra scomunicata. Segnata dalla maledizione, rifiutata anche dal padre eterno, ormai aggredita dalla peste. Una famiglia dopo l'altra, abbando-narono il villaggio e la loro storia, pur senza colpa, accompagnati dalla dannazione del cielo, ormai condannati a cercare fortuna altrove.
E noi, noi due, dove avremmo potuto cercare fortuna? E poi, come riuscire a trovare almeno qualche briciola di fiducia? Ormai, non era facile neppure sopravvivere.
Come avremmo potuto trovare anche una sola briciola di vita, di vita vera, se la scomunica del Vescovo era per noi senza speranza, in eterno, e dunque non smetteva di cadere su di noi neppure un so-lo istante? D'altronde, si sa, quando l'albero rovina a terra tutti corrono a farci la legna. Se poi c'è qualcuno che si ritiene padrone assoluto di due miseri disgraziati non esita a impegnare tutto il suo potere, di terra, di mare e di cielo, per impedire che sopravviva anche solo la loro cenere.
Ma certo è più facile comprendere il nostro vivere, così come è stato, di sola morte, ascoltando la tremenda scomunica con la quale il Vescovo si è prodigato nel ridurci all'annientamento. Proprio così, annientamento!
- Maledetto sia dalla Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. In modo che la potenza del padre lo distrugga, la saggezza del figlio lo confonda e l'amore dello Spirito Santo lo abbia in orrore, da questo istante e per tutta l'eternità. Amen.
- Maledetto sia dalla Santissima Vergine Maria, nostra Signora. Amen.
- Maledetto sia da tutti gli Apostoli, in particolare da san Pietro e san Paolo, e sbarrate gli tengano le porte del Cielo. Amen.
- Maledetto sia dai nove cori degli Angeli, da tutti i santi Patriarchi, Profeti, Martiri, Confessori, Vergini e Vedove. Amen.
- Maledetto sia da tutti i sommi Pontefici, Cardinali, Vescovi, Arcivescovi e sacerdoti. Amen.
- Maledetto sia andando, camminando, dormendo, vigilando, e il diavolo gli stia sempre davanti, lo molesti e lo offenda. Amen.
- I suoi giorni siano pochi e cattivi, pieni di ogni miseria e tribolazione e quando sarà giudicato sia condannato; i suoi discorsi e i suoi pensieri siano sempre evanescenti. Amen.
- Mendicando ed elemosinando vada di porta in porta e non trovi chi gli faccia del bene. Amen.
Anche una sola di queste maledizioni avrebbe potuto farci inciampare, schiacciarci a terra tutt'e due, eternamente dannati, con-dannati a strisciare come serpenti. Perciò c'erano dei momenti in cui ci ritrovavamo immobili, ridotti a delle pietre, perciò privati anche del respiro, sotto quello scrosciare di maledizioni che provenivano da un Dio senza alcun potere di perdono. Come pensare, poi, che avesse mai esercitato il potere di amare? Ovunque andassimo ci raggiungeva spietato il diluvio senza scampo delle maledizioni. Al punto che anche la nostra memoria subiva la stessa sorte, una continua esplosione, ancora oggi.
- Durante il giorno gli scompaia il sole e di notte la luna. Amen.
- Avendo occhi non veda, avendo orecchie sia sordo, avendo lingua sia muto, avendo mani sia mutilato, avendo piedi sia storpio e zoppo. Dalla testa ai piedi piagato e putrido, in modo che nel suo corpo non rimango un osso sano. Amen.
-Dio onnipotente lo castighi con la pazzia, lo renda cieco e furibondo, in modo che cammini nell'oscurità senza poter mai trovare la strada. Amen.
- Nostro Signore gli invii fame e confusione in tutto quanto è opera delle sue mani, sino a distruggerlo. Amen.
- Nostro Signore invii su di lui la peste fino a quando non lo abbia consumato e fatto sparire dal pianeta. Amen.
Nel frattempo siamo venuti a sapere che la peste era piombata su tutto il villaggio, con una forza devastante e inarrestabile. Una peste che, insieme alla scomunica, aveva costretto gli abitanti a lasciare per sempre case, animali e terre.
Nessuna storia li avrebbe seguiti, né sarebbe rimasta a ricordarli fra le case diroccate, soltanto un silenzio destinato a durante in eterno. E intanto risentivano le campane suonare a morto, insieme alle maledizioni della scomunica promulgate in nome di Dio, del Figlio e dello Spirito Santo, che intanto continuavano a precipitare su di loro come macigni.
Non erano certo campane del villaggio, sicuramente erano quelle di qualche demonio, vestito da prete, forse anche da vescovo, che vantava la sua vittoria sul villaggio.
- Nostro Signore lo castighi con la povertà, la febbre, il freddo, il calore e la corruzione, sino a consumarsi. Amen.
- In tutto il suo tempo patisca calamità e calunnie e cammini oppresso con violenza, e non ci sia chi lo liberi. Amen.
- Non abbia assistenza da anima vivente. Amen.
- Le orazioni che dovesse fare si convertano in peccato. Amen.
- Vengano su di lui tempeste di lampi, di tuoni, e il turbine di due venti, e terribilissimi castighi, così che anche vivendo risulti morto e bruciato e non abbia chi gli dia sepoltura. Amen.
- Sia il suo corpo mangiato da animali terrestri, volatili e pestiferi, e che nessuno possa difenderlo. Amen.
I nostri corpi, intanto, sotto i colpi delle maledizioni cedevano ogni giorno di più, nudi, martoriati e appesantiti, due fragili canne sempre più rinsecchite. Poteva forse essere diversamente mentre eravamo sottomessi ai fulmini che dal cielo cadevano incessanti, anche se invisibili, forse per questo ancora più violenti, rendendo le nostre esistenze ancora più miserabili, invivibili.
In fondo, era impossibile pagare per il nostro peccato, una volta per tutte, in alcun modo. Nemmeno una vita intera sarebbe bastata a guarire da questo male.
- Mentre è in vita vada sempre vessato, calunniato, perseguitato, sotto il peso di molte e gravi maledizioni, calamità e tribolazioni. E non ci sia chi lo liberi. Amen.
- Le piaghe che Dio inviò sopra il Regno di Egitto cadono sopra di lui. Amen.
- La maledizione di Sodoma e Gomorra, Datan, Abiron, che per i loro peccati se li inghiottì la terra, cadono sopra di lui. Amen.
- Le maledizioni che i condannati lanciano nell'abisso contro Dio e contro la Madre sua santissima e tutti i santi cadono sopra di lui. Amen.
La processione dei preti, all'interno della chiesa, prima in un senso e poi nell'altro, si era puntualmente conclusa. Così anche le maledizioni, final-mente. Ma le tenebre incombevano ovunque, erano soprattutto dentro questi spiriti che, deformati dal loro potere malato, sembravano non avere carne né ossa e neppure respiro.
Intanto, la morte aveva preso possesso di quel luogo e degli uomini, ora e per sempre, tutto ormai sapeva di morte, anche l'aria, persino il silenzio. Poteva esserci un posto migliore per ospitare uno dei tanti inferni che abitano questo mondo? Ormai siamo al finale, all'ultimo atto di questa sacra tragedia.
V. Effunde super eum iram tuam.
R. Et furor tue comprehendat eum. Oremus.
Hostium nostrorum quesumus Domine elide superbiam et eorum contumaciam destere tue virtute prosterne. Amen.
Pronunciata questa maledettissima orazione, i preti -tutti insieme-, avevano spento sull'acquasantiera, ritualmente, la loro candela tenuta fin qui ostentatamente accesa. Quindi a voce alta, fredda, risuonante di metallo, e sempre all'unisono, avevano scandito la condanna definitiva.
Come si spengono queste candele in quest'acqua santa, cosi si spenga e muoia la sua anima, ribelle e scomunicata, e discenda nell'inferno insieme a quella di Giuda l'apostata.
Amen. Fiat, fiat, fiat.
Nonostante ci trovassimo lontano da Trechido, e fossero tra-scorsi tanti anni, sentivamo ancora addosso tutto il peso di quelle maledizioni. Anche perché, ad una ad una, come fulmini incandescenti, sembravano richiamarne ancora delle altre, mai sazie, accompagnate dal lamento funebre delle campane. E ogni giorno l'orizzonte ci annunciava il presagio, persino inadeguato alla realtà,
di tutto quanto ci attendeva, a iniziare dal vortice devastante di una tempesta che ci negava anche un solo istante di tregua. E neanche un istante di normalissima vita.
Era la nostra maledizione, tremenda e senza fine, che non ci con-sentiva di piangere, né una disperata speranza da coltivare. Ancora meno ci per-metteva di trovare rifugio da qualche parte, perché ci seguiva puntualmente ovunque andassimo. Eravamo gli unici superstiti del villaggio, così tra-gicamente sventurati, da dover scontare la nostra pena senza poterne mai vedere la fine.
Il peccato di uno ricada su tutti, aveva sancito il vescovo. Del perdono, invece, non sapeva proprio cosa farsene.
Così abbiamo trascorso la nostra esistenza nell'inimicizia di Dio, fatalmente continuiamo a trascorrerla senza mai poterla riscattare, condannati a bruciare nel fuoco insonne delle maledizioni.