MUSICA
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 "Chistu tocca ponillu in musica".
Così dicono in Gallura - Sardegna.

Significa che ogni evento, anche il più piccolo, merita di essere raccontato attraverso le parole e la musica di una canzone. Così diventa una storia cantata. Capace di viaggiare nel tempo e nello spazio. Sino ad arrivare ovunque, anche a noi. E con noi continuare a vivere, dentro la nostra storia personale, che da quel momento non sarà più soltanto la nostra.


Da: "SAN LORENZO, LA VALLE DEI MULINI"

A cura di Antonio Strinna

LA STORIA DI BADDE LONTANA 

 Il racconto di Antonio Costa, autore della musica. 


Ormai esaurito il ciclo delle canzoni in italiano, quello di Fatalità, Dondolo e altre ancora, per i Bertas arriva fatalmente un momento di riflessione e anche di profondi cambiamenti, a iniziare dalla formazione stessa della band. Ma il cambiamento più radicale è stato quello di passare dalla lingua italiana a quella sarda, e questa opportunità venne proprio da San Lorenzo. Prima ancora che da un autore, ci fu offerta inaspettatamente da una storia accaduta qui il 20 marzo del 1957. Un bambino di appena dieci mesi era morto nella sua culla, schiacciato da un masso caduto dall'altopiano. Il masso era precipitato giù sino alla valle, aveva sfondato il tetto del mulino e si era fermato soltanto dopo essere piombato nella culla dove dormiva un bimbo ancora in fasce. Quella storia aveva lasciato un segno piuttosto profondo nella vita, non soltanto nella memoria, di Antonio Strinna. Un segno anche tormentato che mi ha confidato in varie occasioni, ogni  volta con un intento ben preciso. Quello di raccontare questa storia attraverso una canzone, perché la brevissima esistenza di un bambino venisse compensata da almeno un piccolo atto di giustizia: il suo racconto in musica. Perciò ha srotolato tutta la storia, istante dopo istante, sempre immersa fra sentimenti ed emozioni, sembrava che accadesse nuovamente davanti ai miei occhi, per cui fatalmente finiva per coinvolgere anche me. 

Entravo così anche io dentro quella storia, la vivevo in ogni dettaglio, insieme alle persone e ai luoghi dove era accaduta. Fra le rocce altissime, a picco sulla valle, i mulini in fila indiana, il torrente perennemente ricco di acque, la chiesa sospesa su uno sperone di roccia; insomma, eravamo materialmente a Sassari, ma mi ritrovavo lungo la valle, a camminare e a respirarla da un capo all'altro. Sì, perché niente mi appariva distante, niente mi era estraneo, tutto mi riguardava. Ma Antonio voleva ancora di più:non una narrazione abituale, come solitamente si fa con un fatto accaduto tempo addietro, ossia al passato, lui pensava invece a un racconto diciamo contemporaneo, come se quella storia accadesse ancora oggi. Il ricordo, animato e sospinto dal cuore, doveva risultare contemporaneo. Perciò, diceva lui, bisogna che raccontiamo la storia al presente. E quando, in che modo?Attraverso lo sguardo della madre o del padre del bambino; anzi, facendola raccontare a loro stessi. Immaginandola attraverso lo sguardo della madre o del padre, durante un loro ritorno alla festa di san Lorenzo. 

Lo confesso, ero rimasto decisamente colpito dalla morte del bimbo nella culla. Ma prima ancora ero rimasto affascinato dalla suggestione che avevo visto sprigionare dalla valle, soprattutto osservata mentre era illuminata dalla sola luce della luna e delle stelle. Del resto, non si trattava forse della notte di san Lorenzo? Una notte dove tutto risplende e la natura si rivela come non l'abbiamo mai vista. Insomma, potevo forse ignorare l'appello di un figlio di questa valle -Antonio Strinna-, che in apparenza mi stava chiedendo soltanto una canzone, in realtà un modo per sopravvivere alla morte. Per di più, me lo aveva chiesto con una originalità e insistenza che non potevano che convincermi, profondamente. Insomma, dovevo scrivere una melodia che, in qualche modo, doveva avere una connotazione sarda, diciamo pure uno spirito sardo, non soltanto una vaga coloritura folcloristica. Sì, perché il testo che avrebbe scritto Antonio sarebbe stato in sardo, con sentimenti e valori profondamente sardi. Certo avevo un grande vantaggio dalla mia parte, a sostenermi, potevo lasciarmi ispirare da questo evento. 

Questa storia mi aveva preso, letteralmente, anima e corpo. E poi c'era la festa, un momento speciale che avrebbe messo necessariamente in contrasto la gioia e la fede della festa con il dolore della donna, che in quei momenti non poteva fare a meno di ricordare la roccia che le aveva ucciso il figlioletto. Motivo per cui il conflitto era del tutto inevitabile. Inoltre, sentivo su di me una sorta di consapevolezza e insieme di responsabilità che un compositore non prova mai. Era la stessa, in fondo, che già da tempo provava Antonio Strinna. La morte del bambino, in definitiva, era il simbolo della morte di tutta la valle, della sua storia, dei suoi mugnai, il simbolo dell'oblio nel quale ormai tutti stavano sospingendo questa valle, una volta popolata di mulini e ora soltanto di silenzio, costretta alla dimenticanza. 

 Dunque, prima ancora di inoltrarmi nella composizione della musica, mi lasciai prendere e infine guidare dallo spirito della valle, lo stesso che aveva ispirato Antonio Strinna. Più che le mie, le note che scrivevo nello spartito sembravano quelle della valle, della festa di san Lorenzo, erano compenetrate dal respiro di un padre e di una madre e soprattutto da quello di un bambino. I sentimenti che uscivano da me erano gioia e dolore, festa e sofferenza, ma anche sentimenti di fede. Tutti immersi in un solo conflitto, tutt'altro che facile da risolvere. Finalmente venni a capo di questa impresa, per me rimasta unica, e mi ritrovai davanti una musica che sembrava appena sgorgata da chissà dove. Da un tempo remoto, chissà, certo da un tempo senza ieri né domani, che vive unicamente nel presente, nel nostro presente. Non mi restava che consegnare la musica a chi me l'aveva chiesta, quasi ordinata, come fosse un dovere al quale non ci si può sottrarre in alcun modo. Gliela consegnai, dunque, e aspettai che questo viaggio nel tempo, con la sua storia da raccontare, arrivasse in porto con il suo carico completo, ben definito. In fondo, come noi stessi l'avevamo previsto e anche come, forse dal destino, ci era stato misteriosamente affidato. 

Insieme all'attesa del testo, anzi del narrazione immaginata da Antonio, ce n'era anche un'altra, ugualmente importante. Davvero i Bertas sarebbero stati disposti ad eseguirla, proprio loro che non avevano mai cantato in sardo, e per di più quando non era di moda? La risposta non era affatto scontata. Chissà, con la loro condivisione, forse avremmo inaugurato una nuova tradizione. E' proprio ciò che afferma, ricordando la coraggiosa scelta dei Bertas, il cantautore Piero Marras nel volume "La grande storia dei Bertas", di Graziano Mura. "Sono stati i primi a riuscire a veicolare la lingua sarda in un modo molto classico e moderno allo stesso tempo diventando una vera e propria istituzione". 

Ho appena detto che tutto è stato permeato da un'atmosfera di mistero. Penserete che sto esagerando. Sentite ora che cosa mi ha raccontato l'autore delle parole, il quale non esita a passare dalla realtà a un vero e proprio sogno, forse più vero della realtà stessa. Eravamo all'inizio del 1972, dunque in prossimità della festa di san Lorenzo. "Già da molto tempo io stavo cercando la madre del bambino, durante la festa di san Lorenzo e specialmente dentro di me. Ecco perché, nel sogno, a un certo punto, lei mi si avvicina e inizia a parlarmi. Mi racconta del suo ritorno alla festa, del conflitto che vive nel suo cuore, istante dopo istante, dolore dopo dolore, nonostante la gioia della festa, i canti, i suoni; e mi racconta anche della sua fede, in quella del santo soprattutto". Ma poi il sogno si dissolve, tutto sembra finire. Invece no, la donna continua a parlargli, come volesse affidargli un messaggio. "Proprio mentre mi parla, forse a causa dell'emozione, mi risveglio. Ma lei è ancora lì, aspetta soltanto che io l'ascolti. Sono le sei del mattino. Prendo allora carta e penna e, seduto sulla sponda del letto, sono già pronto a scrivere, ad ascoltare le parole della donna, pronunciate nella sua lingua materna, il sardo. Ma non è a me che si rivolve, no, alla valle lei si rivolge. Io non sono che il suo tramite, naturale, devo solo ascoltarla. Trascrivo dunque le parole che la donna pronuncia, una ad una, così posso custodirle segretamente quanto fedelmente". 

Per la verità, le parole che poi utilizza sulla mia musica non sono esattamente le stesse che la donna gli aveva affidato, ma certo il senso corrisponde pienamente, e in fondo le variazioni apportate sono comunque ininfluenti. 

Come avete sicuramente notato, l'impronta del sogno appare evidente fin dalle prime parole. Sutta su chelu de fizu meu. Sotto il cielo dove ora sta mio figlio... Il sogno è il ponte che collega il cielo e la terra, il dolore e la festa, il figlio e la madre. Che poi è il sogno di colui che solo per presunzione può chiamarsi autore. Certo molto di più conta la narrazione di un conflitto drammatico 76 quanto umano, quello della vita con la morte, della fede con la disperazione, dell'allegria della festa con il dolore di una perdita, per un lutto incancellabile. I suoni costituiscono nella canzone, come le parole, espressione di una vita che continua, malgrado tutto, anche nel vuoto della dimenticanza. Proprio per questo è capace di rendere eterna una creatura costretta a lasciare il mondo prima ancora di averne gustato il sapore, una creatura e insieme un villaggio - con i suoi trentasei mulini -, che una ventata di cambiamento ha travolto con la sua cieca passione per il futuro. 

Mettere insieme un clima di tristezza e di allegria, di lutto e di festa, sino a trasformarlo in un vero e proprio pathos, ecco il semplice segreto di questa canzone. La malinconia rimane, sia pure discreta, anche quando la tonalità del brano è in maggiore. I suoi richiami armonici fra due terze sono caratteristici del nostro folclore, compreso il canto a tenore. Ma credo sia ancora più determinante il fatto che una canzone sia portatrice di un valore condiviso, insomma degli stessi valori e sentimenti popolari; è allora che viene apprezzata e fatta propria in qualunque parte dell'isola. Aggiungiamo poi che la musica rende la lingua universale, se condivide una cultura e un vissuto; abbatte steccati e pregiudizi, quando forme e contenuti veicolati sono altrettanto universali. 

Badde lontana era dunque arrivata in porto con tutto il suo carico? Niente affatto. Quello non era e non poteva essere il suo porto di arrivo, piuttosto quello di partenza. Serviva almeno una voce, una band alla quale affidare la canzone. Dunque, bisognava convincere i Bertas che era arrivato il momento della svolta, della scelta di cantare in sardo. Badde lontana era lì, in attesa insieme agli autori, serviva però la volontà, oltre che la convinzione, da parte della band, di far ripartire Badde lontana dal porto in cui era appena arrivata. Non saprei dire quanto fosse profonda la consapevolezza dei Bertas al riguardo, certo è che intrapresero questa nuova strada, quella di cantare in sardo, per la prima volta, affidandosi a una canzone inedita. Fatalmente si chiedevano, non senza preoccupazione, come li avrebbero accolti il loro pubblico, ovviamente giovane. 

Tuttavia, superata questa incertezza, iniziarono comunque le prove, a Sassari. Un giorno, quando ormai i musicisti avevano preso confidenza con il brano, in sala prove erano presenti, oltre ai Bertas, io, Antonio Strinna e l'osilese Nino Canalis, con il quale avevamo un rapporto di lavoro e di collaborazione molto stretto fin da metà degli anni '60, quando ci esibivamo ad Osilo, allo Splendore, durante tutto il carnevale. Proprio Nino Canalis, certo a sua insaputa, divenne in quelle prove un vero e proprio test pubblico. Appena iniziata l'esecuzione di Badde lontana notai subito la reazione, sicuramente spontanea, del nostro amico. Non lasciava dubbi, appariva coinvolto in tutto il suo essere, il suo volto aveva cambiato espressione, sembrava avere dei brividi, i peli delle sue braccia improvvisamente erano diventati dritti. Intanto, io e Antonio lo osservavamo in silenzio, discretamente; più andava avanti l'esecuzione, più era chiaro che la canzone lo aveva coinvolto sino in fondo, interiormente, facendo suscitare in lui sentimenti piuttosto profondi. 

Tutto questo accadde poi ogni volta che i Bertas proposero Badde lontana in pubblico, quando ogni conferma ci diceva che il viaggio di Badde lontana sarebbe stato molto lungo. Anche perché il suo porto di arrivo, per così dire, non poteva essere che in mezzo alla gente. In fondo, da dove era partita. Un caso a parte è stato, come avevamo previsto, l'esecuzione a San Lorenzo, alla festa di san Lorenzo. Infatti, è stata così partecipata e intensamente vissuta, sia dal pubblico che dai Bertas, da sembrare il mio racconto persino esagerato. Invece, le cose sono andate proprio così. Abbiamo sofferto e gioito insieme, durante tutta l'esecuzione e anche dopo; scossi da sentimenti profondi e autentici, alla fine abbiamo pianto tutti. In conclusione. Badde lontana, composta nel 1972, non per caso alla vigilia della festa di San Lorenzo, è nata sicuramente al di fuori di qualunque laboratorio, senza calcoli commerciali. Inizialmente avevamo intitolato la canzone Santu Larentu, mettendo al centro il santo, e con il santo anche il luogo e la notte di stelle del 10 agosto. 
Soltanto nel momento della registrazione su 45 giri prende il titolo di Badde lontana, in quanto volevamo allargare l'orizzonte, evidenziando così la lontananza che la storia del bambino e insieme quella della valle stava rischiando, una lontananza causata fatalmente dall'oblio. Dopo la registrazione dei Bertas, avvenuta a Milano nel 1974 con la City Record, il pubblico sardo non ha esitato a fare propria questa canzone, in fondo perché parlava proprio di lui; l'ha accolta per quello che voleva essere fin dall'inizio: una sua storia, un suo canto popolare. Per questo credo di poter dire che, nel campo della canzone moderna, Badde lontana costituisce oggi una vera e propria anomalia. Riferita al passato, invece, appare direttamente in continuità con la nostra tradizione popolare. Fin dal 1977 anche il pubblico italiano, non solo sardo, ha iniziato a conoscere e ad apprezzare questo brano, quando i Bertas lo hanno proposto al Cantagiro. 

Ma ciò che più conta, io credo, è stata la convinta accoglienza nel repertorio popolare, soprattutto in quello dei Cori sardi, accanto a Deus ti salvet Maria, Nanneddu meu, Non potho reposare, ma anche nel repertorio di molti Cori della penisola. Già dopo pochi anni dalla sua composizione è stata eseguita anche in varie parti del mondo. Dal Giappone al Brasile, dall'Argentina al Canada, dall'Australia alla Cina e al Sud Africa, passando per l'Italia, quindi la Francia, la Spagna, l'Austria e molti altri Paesi. E c'è di più: Badde lontana è stata fatta propria da formazioni musicali anche straniere, segno tangibile che questa storia, accaduta nel silenzio di una valle, ha superato decisamente i confini di San Lorenzo. E soprattutto continua a vivere anche lontano da noi, ben oltre la Sardegna. Come è potuto accadere? Per oltre vent'anni ho diretto la Corale Canepa, di Sassari, e non c'è dubbio che proprio questa sia stata una nuova ed esaltante stagione sia per me che per Badde lontana. 

E' soprattutto allora che si è verificato il passaggio, del tutto naturale, dalle band ai cori maschili sardi e a quelli a voci miste, con la conseguente diffusione in un campo che notoriamente conserva e diffonde i brani tradizionali. In tutti questi anni, dunque, io e la Corale Canepa abbiamo portato Badde lontana in moltissimi paesi, potrei dire in tutto il mondo. Durante le nostre tournee è capitato pressoché ovunque, in Italia e all'estero, che i miei colleghi mi chiedessero lo spartito. Evidentemente colpiti dal brano e interessati a proporlo al loro pubblico. Un anno dopo l'altro, mi rendevo sempre più conto che Badde lontana era diventata una creatura senza tempo; soprattutto, mi era chiaro che poteva viaggiare e abitare nel mondo con le proprie gambe, vivere del suo stesso respiro, anche senza i Bertas, i cori sardi e la corale Canepa. Del resto, non accade forse così per tutte quelle opere che sono destinate a durare nel tempo? 


BADDE LONTANA - Testo: Antonio Strinna - Musica: Antonio Costa 


Sutta su chelu de fizu meu 
como si cantat finza tres dies: 
Badde lontana, badde Larentu 
solu deo piango pensende a tie. 


Mortu mi l'hasa chena piedade 
cun d'una rocca furada a Deus: 
Badde lontana, badde Larentu 
comente fatto a ti perdonare?
 
           Zente allegra e bella festa, 
          poetes in donzi domo. 
           Cherzo cantare, cherzo pregare 
            ma non m'ascurtada su coro meu. 


Dami sa manu, Santu Larentu, 
deo so gherrende intro a mie. 
Dami sa manu, mi so perdende, 
fàghemi isperare umpare a tie. 

Osilo, maggio 1972.   

Potete trovare questo brano - in 30 e più interpretazioni - su Youtube.

Insieme a Badde lontana, su Youtube potete trovare molti altri brani dei quali sono coautore. Ve ne ricordo qualcuno: Istella mia, Ave Maria bella, Mama fidele, Omine omines, Caminende, Ninnidu silenziosu, Su sonniu meu, Cherzo cantare, Marineri, S'ultima istella, Su ballu de s'allegria, Faedda terra mia, Die ferida, Tutto accade, Un pò di rabbia, Via dei laghi, Ma eri donna, e tanti altri. Qui sotto "Dulche terra mia".