SARDEGNA MULINI
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RICERCHE - STORIE - IMMAGINI

SAN LORENZO - OSILO

La valle dei mulini

Il sentiero

Il sentiero dei mulini. E' qui che il tempo scorre insieme al torrente e il silenzio accoglie il visitatore con discrezione; e, se lo desidera, lascia che la propria intimità si affidi alla sua. In fondo, la solitudine di questo sentiero è solo apparente: i mugnai che qui hanno vissuto per secoli, insieme ai loro mulini, non cessano mai di diffondere nell'aria e ovunque la loro voce. In realtà, a differenza del cosiddetto Sentiero dei mulini, la collocazione degli stessi, disposti quasi sempre in fila indiana, ha interessato per secoli tutta la valle, erano mulini costruiti più o meno vicini al torrente, alimentati giorno e notte dalle stesse acque sorgive. Perciò, il Sentiero dei mulini costituisce soltanto una porzione di tutta la valle, non ne fanno parte né l'inizio né la fine. Ciononostante, appena ti inoltri lungo questo singolare sentiero, e ti ritrovi immerso nell'armonia della valle, ti rendi subito conto che si tratta di un luogo della memoria, anche di quella più remota, dei mulini e dei mugnai. La natura, il torrente, le sorgenti, le grotte, dunque non soltanto i mulini, tutto qui ricorda e insieme rivive, nel più misterioso dei silenzi, una storia di uomini e di gesti, di volti e di passi, così che anche tu avverti di respirare la stessa aria di una volta, che qui sembra immobile proprio come il tempo. 

Certo il sentiero non è più quello di una volta, soprattutto il torrente. Quando il letto in cui scorre, così i canali e le gore, ritrovavano a Pasqua una nuova vita, tutti venivano rinnovati da cima a fondo così come si rinnova lo sguardo quando qui si rivolge alla Santa Croce e dunque al cielo. Quel giorno tutti gli abitanti si ingegnavano con pazienza nel ripulire meticolosamente anche il più nascosto degli angoli. Niente doveva ostacolare il corso dell'acqua, niente poteva deturpare la sua quiete, la sua limpida bellezza. Non era un'attività come un'altra, occasionale e generica; a questa attività si sentivano chiamati proprio tutti, ogni anno, il giorno dopo Pasqua. Era una sorta di accurato rituale, una cerimonia collettiva dedicata al torrente, alla sua instancabile energia che giorno e notte riversava generosamente sulle ruote dei mulini. Del resto, il torrente, non era forse considerato dagli abitanti il grande donatore di vita? Tutto, proprio tutto, in ogni stagione, dipendeva da lui, anche dal suo umore. 

Oggi il sentiero dei mulini inizia pochi metri dopo la casa dove è morto il bambino in memoria del quale è stata composta nel 1972 la canzone Badde lontana. Da qualche tempo, questo luogo è diventato quasi una meta di pellegrinaggio, come a volergli rendere omaggio, e a voler dare continuità ai dieci mesi di esistenza che ha potuto vivere.  Anche scrutato dall'altopiano, il sentiero dei mulini se ne sta ostinatamente nascosto, quasi volesse riservare i suoi segreti al viaggiatore che lo sceglie fra tanti altri. Lo sceglie e lo percorre con la stessa curiosità di un bambino che immerge i suoi occhi ovunque, e magari sogna di fare un viaggio nel passato, come fosse nel futuro. Durante questo viaggio, sospinti dalla suggestione dei luoghi, è possibile fare gli incontri più impensabili. Mulini e mugnai, prima di tutto, ma anche qualcuno che non ha mai avuto un mulino, la cui casa se ne stava in qualche modo lungo il torrente; anzi, sopratutto lui ci stava. E' il pescatore di anguille, Antonio Piliarvu, "Peddone"... Lui le anguille le pescava d'estate come d'autunno, anche nei modi più stravaganti. Trappole, canna da pesca, con le buone e con le cattive. Ma Peddone, noto pescatore di anguille, era anche capace di procurarti qualunque cosa... ovviamente attingendo dalla campagna, da frutteti, vigneti e orti. Qualunque richiesta gli venisse fatta, lui era capace di vendere di tutto, sapeva procurarsi anche di ciò che non possedeva.

In fatto di storie, poi, ne sapeva raccontare senza limiti di immaginazione, agli adulti e ai ragazzi. Nessuno gli credeva, tanto apparivano assurdi i suoi racconti, ma tutti lo ascoltavano, allegramente, proprio perché le sue storie erano decisamente surreali, difficili da credere vere. Soprattutto, raccontava delle sue avventure da soldato, durante la seconda guerra mondiale. Era stato in Croazia, un Paese che ai più suonava come un luogo inventato. Era stato sicuramente un soldato dai gesti azzardati, basti pensare che per procurarsi una sigaretta era capace di attraversare la linea nemica. Almeno così diceva. I suoi racconti sembravano inverosimili, anche perché era solito vestirli di risvolti bizzarri, fantastici; per chi li ascoltava, a conti fatti, sembravano sfuggenti non meno delle anguille che era solito catturare nel torrente. In realtà erano del tutto veri, come poi ha testimoniato un ufficiale dell'esercito che lo ha conosciuto personalmente in trincea. 

Ora lungo il sentiero non c'è più Peddone, fantastico cantastorie, ma il torrente non ha mai smesso il suo discreto chiacchierio, e c'è da scommettere, per chi lo sa ascoltare, che proprio in quel continuo chiacchierio potrebbe esserci anche il nostro Peddone. Si capisce, a fargli compagnia ci sono anche i tanti mugnai che qui hanno vissuto per secoli. Ma poterli sentire è un privilegio che il sentiero e il torrente riservano soltanto a pochi fortunati. E voi capite bene chi sono quei pochi. Certo non quegli increduli che, oggi come allora, non crederebbero mai alle storie di Peddone.

LA FESTA DI SAN LORENZO

10 agosto 2019

Anche oggi le immagini della festa di san Lorenzo scorrono intense davanti agli sguardi dei fedeli: animate come sono da preghiere e canti, cavalli e cavalieri, bandiere, stendardi, banda musicale e, a ripetizione, spari a salve di fucile. In fondo, da oltre cinquant'anni, è una festa sopravvissuta alla scomparsa dei mulini e non solo. Forse anche per questo viene vissuta in un modo così partecipato, coinvolgente. Il simulacro del santo è stato appena portato in processione da fondo valle, dopo avervi sostato un giorno e una notte, sino al piazzale davanti chiesa. Qui viene celebrata la Messa. Alla presenza di tre sindaci. Oltre a quello di Osilo, ci sono anche quelli di Sennori e di Tergu, paesi confinanti. Segno che questa 57 comunità non si limita al solo borgo. Celebrata la Messa, all'aperto, la processione si dirige, preceduta dalla banda musicale, verso la Santa Croce che sovrasta, dall'alto di un bianco sperone roccioso, la valle in tutta la sua lunghezza. 

La festa di San Lorenzo è una celebrazione, esaltata dall'entusiasmo delle persone più semplici, che segna un passaggio speciale, così profondo da attrarre anche molta gente dai paesi vicini. Nessuna finzione, nessuna ipocrisia culturale, non ci sono categorie che dividono brutalmente le persone, come spesso succede, ma uno spirito che unisce tutti, naturalmente. E' soltanto la tradizione che perpetua se stessa, la memoria che non si rassegna mai all'annientamento. Cantare e ballare insieme, mangiare e bere uno accanto all'altro, sotto lo sguardo del santo protettore, tutto fa pensare a una comunità in piena salute, ricca di risorse. Insomma, si direbbe la testimonianza di un tempo felice, dove non c'è nessuno che non si curi degli altri, dai più giovani ai più vecchi, che non condivida proprio tutto. Perciò, sono giorni durante i quali è facile credere che la vita conservi fedelmente il suo volto umano, la sua speranza quotidiana e per questo deve essere comunque festeggiata. 

In realtà, da più di cinquant'anni qui tutto è cambiato, tutto corre fatalmente verso la deriva di un tempo ignoto, che nessuno riesce più a prevedere. Dopo la certezza dei mulini, ci si chiede, quale sarà la nuova ragione di vita? 

OSILO, COME LO VIDERO 

ALCUNI VIAGGIATORI DELL'800

Ecco affacciarsi, bello e illuminato dal sole, il pittoresco borgo di Osilo con i ruderi del suo castello sfidante un giorno le ire degli uomini, oggi bersaglio dei fulmini del cielo.

Antonio Nani - Impressioni e ricordi di viaggi - Treviso, 1892.

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Di fronte a noi, sulla sommità della collina, dominata dalle torri di un castello in rovina, Osilo scintilla al sole.

Gaston Vuillier  - Le isole dimenticate - Parigi, 1893. 

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L'ora è suonata, all'erta compagni del Cai: trachiti, monoliti e rioliti dell'alto castello di Osilo aspettano i colpi dei nostri martelli che le facciano risuonare...

Domenico Lovisato - Al castello di Osilo - Isola d'Istria, 1879. 


La falesia, la croce e le scalate.

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IL RACCONTO DI GRAZIANO DORE.

Nel 2012 ero nel pieno dell'attività per mettere i chiodi a San Lorenzo, ci andavo tutti i fine settimana e spesso finivo di notte; in pratica mettevo la resina in notturna con la torcia frontale, rimanendo delle ore appeso all'imbrago in parete. Un giorno invernale terminai poco prima della mezzanotte, presi cosi tanto freddo che non sentivo più né mani né piedi. Quella sera al mio rientro nella valletta del torrente di Óttula era tutto già bianco dalla brina. La notte ghiacciò. Trascurai ancor più lo studio all'Università per la mia seconda laurea in archeologia che infatti sarebbe arrivata solo nel 2016. Le ore di lavoro erano diventate qualche centinaio ma avevo creato un nuovo settore di arrampicata. 

Ogni linea di chiodi d'acciaio incastonati nel calcare avrebbe avuto un nome, un grado di difficoltà, una storia. Del resto, perché mai lasciare tutto nell'anonimato? Non erano forse delle creature anche loro, meritevoli di avere un nome? Occorre, mi sono detto, dare un nome alla falesia e così anche ad ogni itinerario tracciato sulla roccia. In quel periodo avevo letto la trilogia su Alessandro Magno di Valerio Massimo Manfredi. La figura del conquistatore macedone mi apparse in tutta la sua grandezza, quella di un condottiero che nonostante forze ìmpari riuscì a conquistare l'impero persiano fino a giungere alla valle del fiume Indo. Una campagna di guerra vittoriosa durata anni, inimmaginabile. Il nome che ho scelto per la falesia\settore fu "La stella Argeade". Fa riferimento ad una stella d'argento a 16 punte che simboleggiava la casata degli Argeadi alla quale apparteneva Alessandro. Le vie di arrampicata ruotano, dunque, attorno alle imprese dell'eroe macedone. Hanno i nomi delle battaglie (Isso, Gaugamela, l'assedio di Tiro), dei generali (Parmenione), delle donne (Rossane l'afgana), del cavallo (Bucefalo, a cui dedicò una nuova città: Bucefalia), di episodi (Le nozze di Susa: quando obbligò degli ufficiali macedoni a sposare delle donne persiane per unire i due popoli), di epiteti (Il figlio di Ammon, perché dopo la conquista dell'Egitto si fece designare come figlio del Dio dai sacerdoti; l'erede di Achille, perché lui si riteneva tale), dei nemici (Dario III di Persia; Memnone mercenario di valore) etc. Ora alla Stella Argeade si contano 40 vie di arrampicata. 

Tra il 2015 ed il 2018 ho scoperto e chiodato un altro piccolo settore nella zona di Sas Covatzas, poco prima del cimitero. Uno sperone di roccia altissima che si eleva per quasi 30 metri. Qui ci sono solo 5 vie di arrampicata (perché la roccia in altri punti non è compatta), ma in compenso le vie sono lunghe e di forte impatto scenografico. Questo piccolo settore l'ho denominato Badde Lontana in onore della canzone di Strinna. Nello stesso punto dove ci si arrampica ho anche attrezzato una calata spettacolare dall'alto che prende il nome di "Dove osano le farfalle". Sempre nel 2016 ho iniziato a chiodare il canyon che si trova dietro la croce che sovrasta il paese. Questo piccolo canyon è un ambiente arcano, incantevole. Si penetra da uno stretto pertugio dove devi camminare di lato. Una volta dentro, le pareti si distanziano e raggiungono i 15 metri di altezza..! E' un ambiente che offre un tipo di calcare particolarmente duro, marmoreo, dove solo poche piantine di parietaria vi sopravvivono. Infine, ho deciso di dedicare tutte le vie di arrampicata ad autori sardi e relative opere,

Ad oggi (fine dicembre 2019) sono ben 15 le vie all'interno del canyon, ma penso che arriverò almeno a 25. Ogni via mi ha richiesto, tra avvicinamento e chiodatura, circa 4 ore di lavoro. Per arrivare al canyon si passa davanti alla rupe con la croce; per anni ho fatto quel sentiero senza mai pensare che quel baluardo di roccia strapiombante si potesse attrezzare per la scalata. A metà dicembre mi calo con tanti dubbi sulla qualità della roccia e mi accorgo che invece tiene bene. Vedo una linea di arrampicata dal basso che segue lo spigolo sinistro della rupe, in forte strapiombo nella parte iniziale. L'estetica di questa via è formidabile: si domina il paese in basso, s'inquadra Conca 'e Omine, si è sovrastati dalla terrazza con la croce... insomma, un paesaggio estremamente suggestivo. 

Dopo questa via ne ho chiodato altre due a lato, molto più semplici, con un bel calcare grigio. Ormai a San Lorenzo, nel computo comprendente i tre settori (Stella Argeade, Badde Lontana, Canyon San Lorenzo), si contano circa 60 vie di arrampicata. Spesso i paesaggi sono particolarmente suggestivi, visti dall'alto alcuni scorci suscitano vivo stupore. Motivo per cui costituiscono inedite prospettive, nuove attrattive che impreziosiscono il borgo e appagano lo sguardo di chi le pratiche. Queste falesie, se ben pubblicizzate, potrebbero attrarre quei turisti arrampicatori che numerosi già scelgono la Sardegna per le loro vacanze. 

Ora, sempre più rassicurati, possiamo dire: "Le rocce di San Lorenzo non spaventano più, non le temiamo più... ora possono davvero piacere, domate come sono con chiodi e funi). Insomma, possono e devono diventare nostre amiche, persino preziose.

Badde lontana - Pietro Pisano        

Non tutto muore

La foto qui sotto ritrae il rudere del mulino appartenuto alla famiglia Pisano, ormai invaso dalla natura. Fra queste mura è morto nella culla, il 20 marzo 1957, quando aveva appena 10 mesi, il bambino raccontato nella canzone Badde lontana, scritta da Antonio Strinna e Antonio Costa, nel 1972. Primo esecutore: I Bertas. Ne seguirono, con il passare del tempo, molti altri. In Sardegna, nella penisola e anche all'estero. 

Mulino San Lorenzo

Apparato molitorio

La foto ritrae uno scorcio del mulino comunale, in particolare l'apparato molitorio, ancora funzionante, sia pure a scopo dimostrativo, didattico. L'apparato è collegato, tramite l'albero motore - il mozzo e il lubecchio- con la ruota, posizionata all'esterno, mossa dall'acqua del torrente che precipita sulle sue pale o cassette aperte.